(reportage di Francesco Principato)—Il cambiamento di Napoli: dai Quartieri Spagnoli al Rione Sanità Una vacanza è sempre una scelta difficile, intendo dire decidere dove andare. Alla fine l’ultimo libro di Serena Venditto (Casa è dove noi, uscito a settembre e appena letto) mi ha fatto optare per un viaggio a Napoli. L’ultima volta c’ero stato circa 25 anni addietro, ero andato a ritirare il premio teatrale Applusi per la mia commedia Il Codice purpureo e la cerimonia di premiazione si era svolta nel palazzo comunale. Dopo il riconoscimento e il rinfresco ho avuto modo di girare per le vie principali di Napoli e ho avuto una sensazione di squallore e abbandono: la galleria Umberto I era deserta ad eccezione di numerosi barboni sdraiati davanti alle saracinesche chiuse; i negozi di via Toledo alle 19 abbassavano già le saracinesche; Napoli non sembrava… Napoli.
Ma da un po’ di tempo sentivo invece parlare delle rinascita turistica della città partenopea e mi hanno convinto a tornarci le parole della scrittrice napoletana: “Quando cominciai a scrivere la serie ambientata a via Atri, il centro storico era un altro mondo. A meno che non fossimo sotto Natale, potevo prendere San Biagio dei Librai “per fare presto”, e se avevo un’ora libera andavo a Cappella Sansevero. Un altro mondo, appunto: provate ora ad andare a Cappella Sansevero senza prenotare (mesi prima), o a usare San Biagio dei Librai come scorciatoia. Così, dopo sei romanzi e tre racconti, mi sono resa conto che si era creata una distanza fra la Napoli di Aria di neve (2014 n.d.r.) e la realtà. E mi piaceva raccontare questa trasformazione e provare a riallineare le due realtà.”
Appunto: le realtà fra la Napoli decadente di 25 anni fa e quella di oggi, meta irrinunciabile del turismo endogeno e internazionale.
E così abbiamo, io e mia moglie, scelto di andare a trascorrere qualche giorno a Napoli e abbiamo proprio deciso di alloggiare nel cuore della trasformazione partenopea narrata dalla Venditto: i quartieri spagnoli, a 300 metri da via Toledo e quasi altrettanto di dislivello (almeno in salita ci sembrava proprio una scalata). Il B&B era in uno stretto vicolo, in un palazzo seicentesco con portone imponente, con cortili interni, una cinquantina di famiglia a popolarlo e la vita di tutti i giorni. Tutto molto… napoletano. Quello che ci ha positivamente sorpreso è stato che durante la scalata dei vicoli proprio di fronte alla galleria Umberto, non abbiamo fatto altro che… passare fra tavoli di pizzerie, trattorie, friggitorie, pub, rivendite di gadget e ricordi. Le unte e squallide viuzze di una volta ora erano lustre e pullulavano di turisti di ogni provenienza; i profumi di pietanze e pizze fritte o al forno ci hanno accompagnato fino a destinazione (e più di google map ci hanno aiutato le persone che incontravamo). Sì, a monte di via Toledo, i quartieri spagnoli erano veramente cambiati: da incroci da scansare a meta gastronomica affollata. E senza limiti di orario: eravamo arrivati al nostro alloggio alle 15,30 e abbiamo avuto comunque modo di pranzare e anche bene (piccolo spot: alla trattoria Maria, ottima cucina anche di pesce e a prezzi molto più bassi che a S. Leone o in via Atenea). Dopo il pranzo ritardato facciamo un giro abituale per il centro: piazza Plebiscito affollata fino a notte; Galleria Umberto I risplendente di vetrine brillanti e affollata da tavolini di bar gelaterie pasticcerie; Maschio Angioino inquadrato dai tanti telefonini e con il fossato ripulito dalla baraccopoli abusiva. Poi ovviamente pizza a cena e programmazione per l’indomani: la prova vera del cambiamento di Napoli passa obbligatoriamente per il malfamato rione Sanità.
Dalla sistemazione dove alloggiamo fino alla nostra meta, google ci dice che dobbiamo camminare per 35 minuti. Scegliamo di dimezzare la camminata e prendiamo la metro da Toledo a Museo. Ah la metro, dimenticavo: nella visita precedente la stavano scavando e il traffico era un continuo ingorgo. Ora è un efficiente mezzo di locomozione con un unico difetto: staccare alle 22 mi sembra troppo presto per una città come Napoli. Chiusa parentesi e usciti dalla stazione ci avviamo a risalire via Vergini e via dei Cristallini: la nostra prima tappa è proprio la basilica di Santa Maria Maddalena ai Cristallini. È proprio lì che incontriamo Giulia (nome di fantasia) che ci racconta la storia di questa chiesa rimasta chiusa per più di quarantanni e che è stata la prima riaperta da don Antonio Loffredo e dalla “sua” cooperativa “La paranza”. Nei muri della “chiesa azzurra” e agganciati alle colonne non ci sono quadri di santi né di incoronazioni di re. Vediamo volti, visi di persone del quartiere, facce normali. Le facce di chi ha accettato il nuovo parroco della basilica di San Severo fuori le mura, di chi gli è stato vicino, di chi ha scelto di affrontare una battaglia immane: dare una speranza di vita normale ai giovani del quartiere, di cercare di strappare alla camorra e alla delinquenza quanti più giovani possibile. Iniziarono in tredici ed stata la prima cooperativa di comunità di Napoli. Oggi ha un centinaio di soci che curano i siti della chiesa dei Cristallini e il museo Jago, un’altra chiesa sconsacrata riaperta che ospita i capolavori di Jacopo Cardillo (detto Jago), scultore definito il nuovo Michelangelo. Nella Basilica di San Severo fuori le mura abbiamo ammirato la sua statua Il figlio velato, una “sfida” marmorea a Giuseppe Sammartino.
Oggi la battaglia affrontata con coraggio da padre Loffredo crea meno angosce fra i suoi discepoli e la camorra non vede più in quest’uomo di Dio un “concorrente”, o almeno non lo “combatte” più. Ma una battaglia è sempre in corso, quella per indirizzare i giovani a una strada di impegno e onestà: sono nate altre milizie pacifiche, come la cooperativa La sorte che ha valorizzato e cura i siti delle Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso e il cimitero delle fontanelle.
Insomma… il “rione” avrà sicuramente ancora il suo “sindaco“ ma il coraggio, la testardaggine di questo prete e dei ragazzi che gli stanno a fianco, hanno reso piazza Sanità e tutto il quartiere una meta turistica. Lo abbiamo girato a lungo per visitare tutte le attrazioni che da un breve periodo stanno dando lustro al quartiere. Abbiamo avuto modo di vedere che rimane sempre un rione molto popolare ma che si sta comunque “aprendo” alla cultura, all’arte, alla bellezza, alla solidarietà. Ridiscendiamo da via Sanità (senza perderci una foto dentro il cortile di palazzo Sanfelice) fino a via Crociferi, a vedere le opere di Jago raccolte a Sant’Aspreno dei Crociferi, a lustrarci gli occhi con il marmo scolpito, dopo aver assistito a un cambiamento che sa di miracolo.
Sì, Napoli è cambiata. Continua a cambiare. E noi continueremo la vacanza con questa bella convinzione.











