A proposito di “Restitutio Ad Integrum”
Nelle poesie di Margherita Rimi l’attenzione si concentra sulla ricerca di una lingua adatta a esprimere insieme sia i corpi sia le emozioni
Nel volume Restitutio Ad Integrum (Marsilio, 140 pagine, 19 Euro) che raccoglie la poesia di Margherita Rimi composta tra il 2015 e il 2024 udiamo “la voce poetica della medica”. Qui, in questa sintesi formulata nella gentile dedica dall’autrice in persona, potrebbe già concludersi la recensione al libro. A volte in una recensione, o in un saggio breve di critica letteraria, non si resiste alla tentazione di sciogliere in analisi puntigliose e pedanti ciò che chi scrive ha faticosamente asciugato in una sintesi significativa. È il demone del critico, una devianza diabolica.
Ma il recensore, forse critico, risponde a un’urgenza.
Fatto salvo l’incarico esterno, che in questo caso non c’è, il recensore/critico, lettore affilato, non può sopprimere il desiderio di dare conto a sé e agli altri del proprio carotaggio da palombaro o speleologo (sto visibilmente usando il maschile come genere neutro cioè plurivoco) nelle pieghe e nelle profondità del dettato poetico quando con mezzi dopotutto comuni riesce a cogliere l’intricata qualità della scrittura, il vasto cielo del volo poetico e il funambolismo del poeta tutto sorretto e spinto da una portanza robusta benché acrobatica: la tendenza al volo radente e ai tuffi in picchiata, senza rete e senza paracadute. Il volo franco. Generoso. Audace. Che è proprio, e non solo in questo libro, di Margherita Rimi.
Margherita Rimi è stata fino a ieri neuropsichiatra infantile del sistema sanitario nazionale ad Agrigento. In tutta la sua vita professionale si è occupata di bambini. Occuparsene ha richiesto ascoltarli e osservarli. Curarli o meglio prendersene cura, per quanto in un ruolo pubblico e professionale. Il suo pallino è, com’è sano e civile, segnalare che esiste un popolo dei bambini (come recita il titolo di una sua raccolta recente) che soggiace a logiche adulte spesso avvelenate dal buon senso e di fatto coercitive e ottuse, com’è della cecità borghese.
Ascoltare i bambini, osservarli, curarli cioè prendersene cura, passa necessariamente per la traduzione del loro linguaggio, da intendersi come intreccio di significanti e significati, segni e morfemi senza limiti – che si fa lingua della poesia, cioè creazione di un codice e un mondo che è l’infinito senziente e sensibile infantile, premessa di ogni sviluppo in età adulta cioè in fase successiva.
The Child is Father of the Man, invocava William Wordsworth, cioè è l’infanzia a porre le basi dell’adulto, e non è una carineria romantica (una posa travestita di belle parole, una formula efficace perché suona bene, o un atteggiamento di comodo), che qui, nella poesia di Rimi, è, tra le altre eredità letterarie e non solo, contestata. È una diagnosi secca, ineludibile come ogni sentenza clinica. Un termine a quo per un corretto sviluppo ad quem.
Ma qui non siamo in una cartella clinica, non siamo nel testo di una registrazione di sintomi e sindromi. Qui siamo nel campo aperto, nella libera prateria della poesia, di un linguaggio che non c’era e ora c’è. Qui Margherita Rimi, medico, parla da poeta.
Trova una struttura grafica che passa per monoversi distici terzine e lunghe pause nel mezzo. Passa per enunciati ellittici. Passa per un racconto del mondo nell’unica lingua che, come nel discorso della montagna, riesca a farsi intendere da qualunque occhio/orecchio attento: il plurilinguismo.
È ciò che scorgevamo in Robert Walser, e in Milan Kundera (che anzi difendeva la duttilità linguistica, e sottolineava che non è qualunquismo culturale ma è modellabilità, shape-ability ecco, molto amata ad esempio da James Joyce – che cominciò come poeta con Chamber Music ben prima di finire nel dolce naufragar di FinneganS Wake). Ogni lingua, invece di divenir tremando muta, si scioglie e tende a gettarsi acrobaticamente nelle braccia dell’altra, con un affidamento a corpo morto che è tipico delle menti e dei cuori agili, appunto.
La raccolta conta due sezioni: quella che dà il titolo all’intero libro, Restitutio Ad Integrum, e una seconda sezione, più breve e strepitosamente illuminante, Restitutio Memoriae.
Il dato comune e basilare, la base elementare che genera e nutre tutto il libro, è una semplice osservazione: è enunciata nel testo Pour que tu ne te perdes pas (Perché tu non ti perda, in altre parole, dietro a Antonio Capuano rivolto al suo discepolo Paolo Sorrentino, Non ti disunire). Al centro, il corpo: fonte e termine di ogni cosa che possa registrarsi come esperienza umana. Il corpo è il nostro laboratorio, l’arengo del nostro inesausto sperimentare. L’uomo (anche qui uso il maschile per intendere il genere neutro cioè plurivoco), come ogni essere vivente è prima di tutto corpo (tema leopardiano dopotutto): è la macchina da cui non si può scendere, il macchinario a cui nessuno può sottrarsi. È fonte di ogni cosa anche della poesia ch’è lingua e intelligenza.
Per questo ci vuole un poeta: per questa cosa che è vivere sperimentare sentire capire, e proprio per questa ragione, proprio per riportare e, riportando, osservare e intendere. Così è supremazia del capo sulla mente. E passo dopo passo, a metà del guado, al centro del libro, ecco la parte centrale, molto incisiva, sull’identità sociale che tuttavia è anche o meglio prima di tutto identità interiore, dimensione individuale/personale, da non disperdere in una massa comune indistinta, che è come morte in vita (penso a Teoria familiare o a Stereo-tipi). Dunque al plurilinguismo, che è tratto significativo del dettato di questa raccolta, va affiancata anche una giocosità combinatoria e una semantica agile (insisto su questo aggettivo) che dà il vero senso della ricca intricatezza (altri dice: complessità) del testo.
Il gioco acrobatico della sintassi non è un numero a effetto – è un palinsesto, il palinsesto del sentire che articola più compiutamente la logica (non la logica ferrea o il ferreo ragionare, lucido e freddo, ma lo strutturarsi del sentire, del calore che agita tutte le cellule come palline): sicut / in cerebro // sicut in / corde – si legge a un certo punto. Questa poesia rivendica il diritto a non stare solo dentro le righe, a essere disturbi/disturbati.
La medicina tra fisiologia e anatomia è il grande atlante poetico, il ponte della scrittura che tiene e trasporta questa poesia sulle proprie spalle. Le spalle della poeta, che è medica, poeta, e donna-bambina. Perché il mondo come termine e come fonte è sempre a partire dal– e finire nel– bambino.
Viene posto spesso il tema cruciale della corrispondenza: di una lingua all’espressione, di un codice ai suoi oggetti, di un corpo all’identità. È un tema simbolista, baudelairiano. È un cardine poetico che qui viene discusso e smontato. Questo è uno dei tratti più avvincenti di questa poesia e della voce di questa poeta: una ribellione/ribelle poetica.
Emerge il dramma interno di Margherita Rimi poeta. L’idea di integrazione. L’idea di restituzione. Dettame sociale che pretende (o almeno vi tende) di spianare ogni ricchezza personale che non voglia allinearsi e sia diagnosticata come stranezza. Come medico dello Stato ha affrontato le intemperanze cliniche dei bambini con il compito di classificarle indicarle sanarle e, con intento protettivo/ribelle. prendersene cura, mentre come poeta è vicina al non-allineamento che non è vera patologia, è ribellione irriducibilità non riduzione. Allora dietro al titolo Restitutio Ad Integrum aleggia l’idea comune e condivisa di reductio ad unum.
Restitutio Memoriae, la seconda parte, più breve, è il coronamento di questa poesia: qui scivoliamo nella lingua intima dell’infanzia, del legame con la madre, del lessico famigliare. Fin qui la poeta ha articolato in molte lingue collaterali la sua diagnosi poetica del mondo – adesso deflagra da lei quel serbatoio di sogni e favole, la sua stessa infanzia, che bussa e preme con la lingua materna, proprio la lingua della madre, in una poesia che è, per la voce poetica di Margherita Rimi, anche un manifesto di sé.
Nota: / la bambina disturba i compagni / […] / E grida. Ecco, quale migliore clausola? Perché leggere questa poesia è sorridere alle sue pagine, e se chi legge sorride a ciò che legge è segno che è DENTRO LA POESIA, nella sua dimensione immensa e locale di sogno e favola.
Le voci dei bambini. Poesie 2007-2017di Margherita Rimi
“Dicono che esiste un Dio dei bambini Sono sicura che esiste. Il Dio dei bambini che non cancella le loro parole che non dice che sono bugie. Giovanni Pascoli ci aveva abituati all’idea, non senza ragione, che dentro di noi si accampi un fanciullino, una specie di Pinocchio che, al passare degli anni, resta immodificato mentre a noialtri accade quello che sappiamo. Un dialogante, ingenuo e semplice, che ci riconduce a una piccolissima età dell’oro, con cui inconsapevolmente ci confrontiamo di continuo. Bene, il fanciullino in questione è evaso, è riuscito a sfilarsi dalla gabbia connettivale del nostro corpo e chi s’è visto s’è visto. A mano a mano però che le genti si accatastano fra di loro fin quasi alla totalità degli esistenti, la stessa cosa capita ai bimbi, come un mazzo di carte da gioco che si compenetrano fra di loro. Sorgono così una miriade di neofanciullini che praticano un linguaggio dolente e confuso ma anche creativo e luminoso. Diventano cantori ognuno del proprio calvario personale. Nasce un sommesso teatro dell’anima; anime coatte e violate ma pur sempre anime, cioè fautrici di un parlare novellante, cupo e stridente, dolcissimo e fatato. Il male e il bene si mischiano come due acque con diversa pulizia. La fogna torna a separarsi dalla fonte, gomito a gomito. Margherita Rimi, che riesce a fare in modo che questo linguaggio non vada dissipato, lo adatta e lo fa germogliare in un infantile e adulto quanto potente canzoniere, effetto collaterale umanissimo della presente catasta umana”. (Guido Oldani))
Cio che (non) poteva/ciò che (non) potevamo essere», mi colpisce questo verso ripetuto più volte e che concettualizza uno stato, un presente, un embrione da cui misurare distanze, da cui osservare un prima e un dopo, presenze e assenze.
Vicinanze e lontananze. Ecco, la bellezza di questa raccolta di Margherita Rimi “La cura degli assenti” è tutta racchiusa nel verso di pagina 25: «ho scelto di avverarmi». Avverarmi in una nascita-rinascita di vita tutta da attraversare. Quasi una poesia del “risveglio” in cui si fanno reali e si materializzano con compostezza e pudore le “fratture” e le “ferite”.
Un interrogarsi e raccontarsi a bassa voce, con versi composti che sembrano fermarsi sull’orlo. Segmenti di pensiero fatti di pieni e vuoti, di silenzi da meditare. Versi generosi che lascino spazi (da riempire), che non invadono, né prevaricano. Dia- loganti quasi.
Ecco, le poesia di Margherita Rimi si fa pensiero in punta di piedi. Con quelle carezze non date, quegli sguardi che si rincorrono distanti, le parole non dette, un desiderio d’attesa [ripetuto] che scorre dentro gli occhi e capillarmente sotto i pori della pelle.
Eppure questa mancanza che è spavento e cedimento talvolta, è tutta da contenere, da percorrere da ricomporre «un dolore tutto da attraversare» [per ricompensa, per compimento] muovendo sempre dalla soglia della memoria, dalle radici, dalla «cura degli assenti»:
«Ci sono cose/ che tardano a venire/ come figli attesi/ nella notte// Che trovo ormai/ di me//Meglio mettere qualcosa/ in salvo/riprendere la cura/ degli assenti// Coprirsi/ del proprio corpo/ alle gelate» (p. 13).
Una recensione di Maria Pina Ciancio
Nomi di cosa – Nomi di persona di Margherita Rimi
Recensione e scelta di poesie a cura di Anna Maria Curci
Nomi di cosa – Nomi di persona, una delle più recenti tra le numerose raccolte di versi pubblicate da Margherita Rimi, è un volume di poesia potente e delicata, singolare nella sua natura e plurale nelle voci e negli idiomi. Questi si intrecciano e si danno la mano, segnano pause e accapo senza mai dare l’impressione di un artificioso pastiche, ma dell’autentica necessità di essere detti di volta in volta proprio così, esattamente come li leggiamo. Molti testi, inoltre, si aprono immediatamente a una loro eco in altra lingua, si sporgono, quasi, a dispetto di una inerzia spacciata – dal mondo adulto, dimentico di meraviglia e di «scantu di criaturi», spavento di bambini – e in vista di una ben più articolata compostezza compositiva, per essere ‘ricantati’ in altri idiomi: penso in particolare ai quattro componimenti sulle stagioni, scritti in un dialetto siciliano che è la personale sintesi che l’autrice trova tra quelli da lei incontrati e frequentati, in un tragitto linguistico che tocca Palermo, Agrigento, Caltanissetta, e che non a caso erano già apparsi nel 2013 in Tempi d’Europa – Antologia poetica internazionale, curata da Lino Angiuli e Milica Marinković.
Altri testi sono, ancora, composizioni esemplari per la poetica e la grammatica (sì, la grammatica, in una accezione originale che muove da un vero e proprio assalto di domande e messa in discussione di convenzioni e usi) della ricerca di Margherita Rimi: L’oggetto e la parola, Fiurari, Mia madre, A paroli, tutto Il poemetto della punteggiatura, Il disegno di parole.
Altissimo è il livello di attenzione al ‘sapere altro’, alla costruzione di sistemi di decodifica del mondo fin dalla più tenera età, ai bambini che una volta venivano mandati dietro la lavagna (“i bambini zero sbagliato”?). Intenso, vibrante è l’appello per una visione bambina che non dobbiamo perdere e che tuttavia perdiamo. All’impegno, annunciato nella dedica, per una civiltà dei bambini, vengono dati costante nutrimento e materia di riflessione. Qui si manifesta il felice connubio tra la pratica professionale – Margherita Rimi è neuropsichiatra infantile – e il dire poetico.
Un discorso a parte merita, nella scrittura di Margherita Rimi, il tema ricorrente dei gemelli, che da condizione autobiografica si estende a toccare pieghe, a scovare angoli più remoti della percezione, nonché a svelare, anche attraverso manifestazioni cliniche, forme e stati dell’esistenza, come avviene in Le due anatomie: «Oggi va con uno/ Domani sta con un altro»
Margherita Rimi, Nomi di cosa – Nomi di persona, Marsilio Editori, Venezia 2015
© Anna Maria Curci
«Dicono che esiste un Dio dei bambini // Sono sicura che esiste. // Il Dio dei bambini / che non cancella le loro parole / che non dice che sono / bugie». Versi da “Le voci dei bambini. Poesie 2007 – 2017” di Margherita Rimi, poetessa e neuropsichiatra infantile, riuniti in cinque colori (bianco, nero, blu, rosso e verde), a scandirne le emozioni. Versi nati, come dichiara l’autrice, da un profondo sentimento di sconforto in cui ha sentito forte ingiustizia e senso di impotenza verso i più piccoli, evocando, tutto per loro, un “Dio speciale”. Versi robusti che nascono dal sodalizio tra fiducia e intendimento. Versi intonati al vero che “dicono” il dolore contenendolo nell’abbraccio vitale dell’ascolto. Versi, editi da “Mursia”, che, come scrive nella nota introduttiva Guido Oldoni, preservano un linguaggio che la Rimi (nella foto di Dino Ignani) «fa germogliare in un infantile e adulto quanto potente canzoniere, effetto collaterale umanissimo della presente catasta umana».
Qual è stata la scintilla? Come nasce questo tuo nuovo libro – Le voci dei bambini (Mursia, 2019) – di originalissimi versi?
Il libro è nato dalla necessità di dare voce a bambine e bambini senza l’intermediazione degli adulti: ho dato a loro la parola, per esprimere direttamente i loro sentimenti, il loro mondo e i loro pensieri. Ho voluto che l’infanzia avesse una sua voce, una voce corale. Ho voluto mettere in scena fisicamente, come in un teatro, i piccoli che parlano, raccontano, dicono. Stanno lì a narrare, come su un palcoscenico, le loro esperienza di abuso e violenze, di sfruttamento nel lavoro, nelle guerre, nel sesso, ma anche a rappresentare la giocosità e l’ inventiva.
Dalle loro parole esce fuori e si compone un’ immagine di adulti cinici, maltrattanti, violenti nella manipolazione e nella sopraffazione anche sessuale. Adulti incapaci di comprendere la vera natura e la delicatezza dell’infanzia. Incapaci di averne cura.
Nella mia idea originaria questi testi, che sono stati scritti in un arco di tempo che va dal 2007 al 2017, dovevano costituire una sezione di un libro più grande. Poi da uno scambio di opinioni avuto con il poeta Guido Oldani, responsabile della collana di poesia Argani della Mursia, è nata l’idea di fare un libro solo con queste poesie. Qui il dato tecnico. Anche per questo penso che un libro non nasca mai da solo.
“Non posso guardare più / voglio diventare cieco”. Con i tuoi versi per chiederti: cosa può la poesia contro il dolore? Cosa può contro la diffusa “cecità” degli adulti? Contro l’indifferenza?
Questo nel libro lo dice un bambino, l’ho immaginato come un sopravvissuto mentre sta guardando gli orrori dalla guerra: i corpi dei genitori e dei fratelli uccisi, le case e la sua scuola distrutte dalle bombe, le macerie della natura. Un bambino con vissuti drammatici di dolore e di morte, di devastazione e annientamento del proprio sé, della sua identità. Per questo desidera non avere più gli occhi, per non guardare più, come a mettere in atto una forma estrema di difesa. Come ad indicare una soglia oltre la quale è impossibile guardare: pensare, soffrire.
Rappresentare questi orrori guardando con gli occhi di una bambina/un ambino non è facile. Non è facile porsi nel loro corpo ferito, nella loro psiche e affettività traumatizzate, devastati dall’ azione mortifera degli adulti; di quanto è capace l’essere umano disumanizzato. Una vera e propria personificazione del male.
Le guerre, la violenza, l’abuso sessuale sono espressione della morte, mentre i bambini aspirano alla vita, al bene. Hanno tante potenzialità ed entusiasmo di crescere, di giocare, di conoscere e imparare nel mondo, per loro tutto è “nuovo” e di tutto fanno esperienza.
Nel libro le voci degli adulti, quando sono presenti, sono voci crudeli, seduttive, minacciose che interferiscono, creano una scissura: è come se parlassero con un’altra lingua, proveniente da un mondo che ha dimenticato i piccoli: una lingua infernale, la lingua del male.
Adulti “abitatori abusivi”, abusivi nei corpi di bambine e bambini, come dice Oldani.
La poesia cosa può fare? Aprire gli occhi dell’adulto proprio dove il bambino li ha chiusi perché non ne può sopportare tutto il dolore.
E, ancora, oggigiorno, qual è l’incarico della poesia?
Esprimere l’umanità, rappresentarla anche negli aspetti più tragici come quelli dell’infanzia violata. Per la sua funzione la poesia ne è capace, dando più forza e potenza etica alle parole.
Dell’infanzia hanno scritto grandi autori, maestri della letteratura, senza cadere nella retorica né nell’enfasi né nella mistificazione. Ho detto “maestri” perché alcuni scrittori, anche contemporanei, scrivono di bambine e bambini senza averne un’idea, senza conoscerne l’essenza. È un dovere e una condotta etica, per chi scrive sui bambini, conoscerli bene. Alcuni inconsapevolmente, altri anche in mala fede manipolano la loro natura, i loro sentimenti, la cognizione, gli atteggiamenti, falsificando le loro vite: “adultizzandoli” nel campo dell’abbigliamento e della moda; e anche nel sesso arrivando a colpevolizzarli per l’abuso sessuale. Come è nella ideologia della pedofilia.
I grandi scrittori, che hanno scritto dei bambini, lo hanno fatto con competenza, grande attenzione e cura: tra questi Tolstoj che in La saggezza dei bambini ne rappresenta la disarmante innocenza: i piccoli parlano spontaneamente, fanno domande, rispondono mettendo in ridicolo guerre, religioni, e le tante convenzioni e convinzioni degli adulti. Egli ha conosciuto direttamente i piccoli creando per loro delle scuole. Il grande gioco di Collodi con Pinocchio: la festa della vita di un burattino/bambino nel mondo degli adulti, critica anche alla borghesia partendo dall’infanzia. L’infanzia che rimane tale: gioiosa e fantasiosa, vivace e piena di esperienze, in cui si corrono anche dei pericoli, irregolare e poco controllabile da parte dei grandi che tentano di “regolarizzarla” in un contesto borghese senza riuscirci (cfr. D. Marcheschi, Il naso corto, EDB, 2016). L’infanzia di due gemelli violata da azioni crudeli e distruttive degli adulti, di cui narra Ágota Kristóf in La città di K, che per sopravvivere si auto-educano con durezza. E poi ancora Dostoevskij che ci descrive i terribili sadici abusi e maltrattamenti punitivi di genitori e padroni. E poi c’è Sciascia che, in Cronache scolastiche, tratta in modo poetico lo stato dell’infanzia nel dopoguerra nelle scuole dove ha insegnato. E osservando i suoi alunni poveri, senza scarpe, malnutriti e costretti a lavorare, si mette dalla loro parte, cogliendone anche gli aspetti più giocosi, come quello delle lamette da barba infilate nel legno dei banchi e fatte vibrare e suonare «come chitarre». Ma anche maestri della fotografia come Letizia Battaglia, che dona alle figure dell’infanzia una grazia reale e una bellezza pur nel degrado sociale; una collocazione universale che supera l’aspetto cronachistico, trasformando Palermo in tante possibili altre città del mondo.
E, in particolare, quale incarico ‘senti’ per la tua poesia?
I temi della mia poesia sono vari ma alcuni, come quello dell’infanzia, li avverto più pressanti. Sento un profonda ingiustizia storica verso i bambini. Se lo considerassimo un popolo è quello che ha subito forse più sopraffazioni e violenze: senza alcuna colpa. Penso che ci debba essere qualcuno che parli di loro e per loro, ma è necessario anche che li faccia parlare direttamente con le loro parole, come ho cercato di fare nel libro Le voci dei bambini.
Questo si ricollega anche al mio lavoro di neuropsichiatria infantile che svolgo ormai da parecchi anni; ai miei studi, agli approfondimenti di letture scientifiche, letterarie, e anche alle mie riflessioni su fatti storici e di cronaca riguardanti i bambini. Ho visto e sentito tante/i bambine/i con diverse patologie, ho ascoltato tanta sofferenza, ma anche tanta vitalità e gaiezza. Ho inoltre ampliato la mia esperienza in campo giudiziario minorile perché sono convocata spesso, per motivi istituzionali, anche dai Tribunali per i Minorenni, con i quali si collabora strettamente per la tutela dei piccoli.
Adesso penso che sia un mio dovere restituire quello che ho appreso da loro. Penso che sia un imperativo etico far sentire, alte e forti, le stesse voci che ho ascoltato: rivivendole, rivelandole in termini di espressione e creazione poetica.
Il tema dell’infanzia non può essere confinato solo in branche specialistiche scientifiche come la neuropsichiatria, la psicologia, la pediatria, la pedagogia. Sarebbe un limite. La poesia e l’arte danno la possibilità a questi temi di arrivare e diffondersi anche in altri campi: quelli dei “non addetti ai lavori”, con una forza che trascende anche l’aspetto scientifico contingente. Ma c’è un punto in cui arte e scienza si rincontrano: nel valore dell’umanità. Ed è lì che diventano una sola cosa.
In che modo credi possa trovare ascolto nell’adulto sempre più diseducato all’ascolto, e persino all’ascolto di se stesso?
Attraverso le parole, le parole quelle vere, quelle dette non a caso, quelle del “non una parola in più”, che arrivano con verità anche tragica. Quelle della poesia e della bellezza. Quelle che dopo avere fatto lunghi giri arrivano cariche di umanità.
Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi (riportali gentilmente) che non dovremmo mai dimenticare?
Se devo scegliere, scelgo idealmente tutti quei poeti e scrittori che ho letto e anche studiosi di scienza che hanno scritto testi di medicina, psicologica e pedagogia, pediatria, e che insieme hanno contribuito alla mia formazione e mi hanno educato a valori etici.
Ma qui devo dar conto di un poeta e di versi, dunque devo rispondere con disciplina alla domanda:
la poetessa è Ana Blandiana (Romania), i versi sono tratti dalla poesia L’armatura: «Il mio corpo/ non è che l’armatura/scelta da un arcangelo/ per traversare il mondo/e, così travestito, / […] si getta nella mischia,/ si lascia accostare dalla feccia/ infangato di sguardi/ […] e sotto, il disgusto cova/ l’angelo sterminatore» (Un tempo gli alberi avevano gli occhi, Donzelli, 2004).
In questa poesia ho sentito una grande forza e bellezza. Mi ha dato coraggio. Mi ha fatto immaginare come farebbero bambine e bambini in un gioco: un corpo-guerriero-angelo sterminatore dei “cattivi”. Un angelo sterminatore della sordidezza e della corruzione, che difenda e preservi l’innocenza di piccoli e grandi.
Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori a scegliere una tua poesia da Le voci dei bambini e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.
Da tempo annoto parole, frasi ispirate dai bambini e dalle mie riflessioni. Osservo i loro comportamenti, i giochi, li ascolto con empatia. Si sono accumulate tante cose dentro di me, e sui fogli: testi che poi ho revisionato nella creazione poetica. Non è una copia, una semplice trascrizione o imitazione di quello che dice una bambina o un bambino. Non è un semplice spostamento della esperienza di vita nella scrittura, ma una continua ricerca, un confronto tra se stessi e la parola, una metabolizzazione: una creazione.
In particolare la poesia che presento qui, ai lettori, è nata da un profondo sentimento di sconforto in cui ho sentito più forte l’ingiustizia verso i bambini e il mio senso di impotenza. Allora ho pensato che era necessario un Dio speciale. Un Dio tutto per i bambini.
La poesia è Il Dio dei Bambini, già inserita nell’ antologia Mille anni di poesia religiosa (EDB, 2017, a cura di Daniela Marcheschi) e che poi è stata riveduta in occasione della pubblicazione in Le voci dei bambini:












