Di fronte al diffuso pacifismo che pare esistere tra non pochi cittadini, una vasta schiera di mass-media, accanto al potere politico-economico-finanziario, sta tentando di ridimensionare tale sentire popolare impartendo lezioni su come va risolto nell’attuale momento storico l’antico dilemma: pace o guerra? Va bene la pace, ma oggi, avendo come riferimento il conflitto russo-ucraino, la guerra deve continuare e può finire solo con la sconfitta della Russia o, comunque, con un suo incondizionato ritiro dal Donbass. Quindi, attualmente, gerarchicamente la guerra sovrasta la pace, costituendone l’unico imprescindibile presupposto, che comprende anche un forte riarmo dei paesi europei quale deterrente da opporre a un possibile tentativo di invadere anche l’Europa. Nei confronti di chi, invece, in Italia invoca il rispetto degli artt. 11 e 32 della Costituzione, si oppone che va fatto riferimento al non menzionato dai pacifisti art. 52 (“La difesa della Patria è sacro dovere dei cittadini”). Si veda al riguardo un articolo recentemente apparso su “La Repubblica”, una delle voci a favore della necessaria belligeranza sostenuta da NATO e paesi europei con invio di armi, consulenze militari e consistente riarmo dei paesi europei. Belligeranza che in Italia troverebbe la legittimazione nel citato articolo 52, il quale ridimensionerebbe l’apologia della pace dei pacifisti e dimostrerebbe che in fondo essi sono dei cattivi cittadini in quanto disattenderebbero il sacro dovere della difesa della patria che consente l’uso delle armi. Questa tesi è oggettivamente una palese fesseria perché priva di valide argomentazioni. Mandare armi in Ucraina e riarmarsi, con la conseguente sottrazione di risorse importanti per tutelare beni sociali rilevanti previsti dalla Costituzione, costituirebbe una difesa della Patria? Peraltro l’Ucraina non fa parte né della NATO né dell’U.E. Sostenerla militarmente costituirebbe un sacro dovere per i cittadini italiani che non hanno avuto e non hanno alcun potere relativamente all’organizzazione statuale di essa? Dovranno, allora, forse adottarla come patria? Dovranno adottare una patria che ha poco di democratico (più o meno solo la facciata della democrazia), che pratica una scarsa tutela della libertà di coscienza, che registra anche nelle sfere del potere un preoccupante tasso di corruzione, che si avvale di milizie naziste, come il battaglione Azov, e suprematiste? Quasi nessuno, poi, menziona i pesanti rilievi espressi da ONU e OCSE su azioni di tali milizie nel corso della guerra civile iniziatasi in Donbass nel 2014. L’alto commissario dell’ONU per i diritti umani in alcuni rapporti ha documentato, da parte delle forze armate ucraine e del reggimento Azov nel 2014 e 2015, il saccheggio di abitazioni civili, la detenzione illegale e la tortura di civili e, in particolare ha menzionato un caso di stupro e tortura di un disabile mentale. Inoltre, un rapporto dell’OCSE ritiene il battaglione Azov, nello stesso periodo, responsabile dell’uso sistematico di tecniche di tortura fisica e psicologica e di stupri a danno della popolazione civile, occultamento di cadaveri ed esecuzioni sommarie di prigionieri. Si sostiene anche da parte dei fautori dell’estensione della difesa sacrale della Patria che aiutare militarmente l’Ucraina è combattere per la propria salvaguardia e per quella dell’intera Europa. Al riguardo vanno evidenziati due eventi. Dopo la caduta nell’89 dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del patto di Varsavia, l’analoga formazione occidentale, cioè la Nato, non solo ha continuato ad esistere ma ha assunto, oltre l’originario compito di difesa, anche compiti di autonoma iniziativa militare offensiva (si veda, tra gli altri, l’intervento in Serbia) diventando uno strumento del tentativo USA di diventare, dopo la frantumazione del blocco orientale, l’unica e definitiva potenza egemonica nel mondo che detta le regole della convivenza dei popoli della terra. In questo quadro va inserita l’espansione NATO con l’adesione di paesi dell’est Europa. L’altro elemento fattuale consiste nella mancanza di segnali che facessero ritenere esistente una volontà russa di aggredire l’Europa. Volontà che non emerge nemmeno con l’invasione dell’Ucraina, la cui portata, limitata geograficamente, era ed è di tutta evidenza, nonostante la alquanto discutibile scelta del particolare strumento adottato per fare valere le proprie ragioni. L’intervento, in ogni caso, riguardava quello che stava succedendo in Donbass, dove a partire del 2014 era scoppiata una guerra civile con protagonisti indipendentisti di etnia russa e forze di repressione ucraina, assistite anche da consulenti NATO, indebitamente infiltrati in quanto non c’era da difendere alcun paese della NATO. Quindi, l’effettiva realtà non ha registrato semplicemente l’invasione di un paese che stava vivendo la normalità della propria condizione democratica. La precedente presenza dell’infiltrazione NATO, a cui si è accennato era forse una benefica presenza delle forze del Bene, consapevoli della propria missione salvifica? E, poi, ad invasione russa minacciata e iniziata, non era forse più conforme all’etica pubblica e al rispetto di quel principio universale contenuto nell’art. 11 della nostra Costituzione (risoluzione diplomatica delle controversie internazionali), operare decisamente-, da parte degli USA e delle nazioni europee, per portare a termine una trattativa, che ha registrato un autorevole intervento occidentale per farla fallire? Si è scelto, invece, di partecipare accanto all’Ucraina alla guerra in atto tra quest’ultima e la Russia inviando armi, fornendo consulenze militari, programmando, con notevole sottrazione di risorse per i beni sociali, un consistente riarmo, e amplificando così decisamente il quadro dei paesi più o meno belligeranti, aumentando pericolosamente la portata del conflitto armato. E si è scelto di ignorare le ragioni di fondo della guerra civile in Donbass, elementi importanti per desumere fattori utili per una trattativa di pace consistente. Sono fattori del tutto trascurabili, ad esempio la neutralità dell’Ucraina e l’autonomia rivendicata dalla diffusa popolazione russofona del Donbass? A questo punto ripetiamo la domanda: è la nostra Costituzione (art.52) che ci impone di partecipare alla guerra in Ucraina, così come si è visto essere caratterizzata, per assolvere al sacro dovere di difendere la Patria? O, comunque, in collegamento con tale dovere? Occorre precisare, in definitiva, che nel sistema costituzionale italiano, la difesa armata della patria, desumibile dall’art.52, costituisce un’eccezione, una sorta di estrema ratio dolorosa; che possono esistere altri sistemi di difesa, tra cui, incerte situazioni, quella di tipo gandiano; che, attualmente, l’art, 52 è pienamente applicato perché esiste un esercito e i relativi fondi in bilancio; che non esiste per i motivi specificati la necessità dell’aumento delle spese militari ( aumento inutile e dannoso sotto diversi aspetti); che le limitazioni della sovranità, di cui all’art. 11, confermano il principio del ripudio della guerra e il suo impiego per risolvere le controversie internazionali ( esse debbono assicurare “la pace e la giustizia tra le nazioni” ); che la migliore e perenne difesa della Patria, prevista dal nostro sistema costituzionale, è costituita dalla promozione della crescita dei beni sociali, culturali, economici di tutti i cittadini. È auspicabile che, di fronte ai tentativi di manipolazione delle coscienze per educare alla belligeranza, in Europa e in Italia emergano sempre più, nella prassi della convivenza sociale e politica, intelligenze vive, dotate di spirito critico, ricche dei valori umani che sono anche alla base dell’autentica vita democratica, e, quindi, atte a cambiare positivamente la società (le guerre non sono mai fattore di cambiamenti positivi).Cambiamento che richiede l’imprescindibile comprensione dei bisogni reali dei cittadini e delle soluzioni idonee per promuovere i beni fondamentali. Il sistema scolastico, che non a caso si cerca di depotenziare, è uno dei fattori essenziali affinché ciò abbia a realizzarsi. (di Rocco Agnone *già provveditore agli studi di Ragusa)

