(Pubblichiamo la relazione svolta dall’avv. Diego Guadagnino nel corso di un evento presso il “Circolo culturale Giovanni Meli” di Montallegro. Guadagnino era stato invitato, non solo come avvocato, come operatore di diritto, ma anche come amico, concittadino e coetaneo di Rosario Livatino).
(di DIEGO GUADAGNINO)— Di Rosario ho ricordi che risalgono alla scuola media, al liceo e all’università, e sono contento di aver sentito poco fa il professore Giuseppe Palilla, che gli è stato compagno di classe al liceo -mentre io e Rosario eravamo compagni di istituto – perché le cose che ha detto di lui confermano il ricordo che ne ho anch’io; questa concordanza di memoria significa che sin d’allora c’era un giudizio unanime, oggettivo su Rosario e sulla sua eccezionalità; una eccezionalità che mi fa pensare a certe esistenze caratterizzate da una povertà biografica disarmante, ma che lasciano all’umanità un’eredità morale, culturale immensa.
Voglio ricordare due soli esempi di questo paradigma esistenziale: Fernando Pessoa ed Emily Dickinson. Da vivi, pressocché minimi nello spazio della visibilità sociale, morti, assurgono a giganti della letteratura universale. Ebbene, Rosario appartiene a questo tipo di esistenze. La sua vita si è svolta con lineare coerenza e direi uniformità tra umiltà ed eccezionalità, senza avventure e priva persino di avvenimenti di rilievo che ne segnassero in qualche modo le tappe, e così sin da ragazzo.
Quando la professoressa Ida Abate, che fu sua docente di lettere al liceo, ne stava scrivendo la biografia, mi telefonò invitandomi a una testimonianza scritta. Era il 2004 ed io scrissi la lettera, che finì inserita nel testo, e della quale ora vi voglio leggere il passaggio in cui parlo del mio ricordo di Rosario studente di scuola media:
Se ne stava durante la ricreazione nell’atrio della scuola media Verga tranquillo e silenzioso, in disparte, o quantomeno senza mai perdersi nel mucchio, senza mai concedersi alla rude spavalderia di comportamento e di linguaggio che anima di solito il comportamento tra coetanei a quell’età. Lasciava sin d’allora trasparire, in maniera molto netta, una dolente maturità precoce, che suscitava in tutti noi compagni rispetto e stima, sentimenti motivati anche dalla sua incontestata intelligenza e da quella disponibilità che lo mostrava sempre pronto ad aiutare gli altri nelle difficoltà scolastiche.
Viene spontaneo osservare che quando un ragazzo a quell’età se ne sta solo in disparte a guardare gli altri, come un vecchietto che prende il sole, la reazione dei coetanei è quella di prenderlo in giro, emarginarlo…Con Rosario tutto questo non succedeva, suscitava invece un rispetto inconsueto, una considerazione come se emanasse una luce particolare. E l’accesso in magistratura, qualche decennio dopo, non mutò il suo habitus vitae, la sua esistenza restò discreta, modesta e di una umiltà ai limiti dell’invisibilità. I giornalisti dicevano che era la loro disperazione: mai un’intervista, nessuna predisposizione alla notorietà, nessun desiderio di ribalta mediatica come riconoscimento e gratificazione a un impegno istituzionale portato avanti con costanza e dedizione.
Ora, se questa è stata la sua vita, la domanda è: qual è il patrimonio che ci ha lasciato? Ci ha lasciato un approccio alla giustizia che coinvolge l’uomo nella totalità del suo essere. Nei due scritti di cui oggi disponiamo, Fede e diritto e Il ruolo del giudice nella società che cambia, al di là della letteralità noi vi leggiamo in filigrana il profilo della sua identità morale, perché è di sé che sta parlando, della sua esperienza intima nel rapporto operativo con la legge, che deve diventare giustizia attraverso la dirittura etica di chi la applica. E questo spiega perché aveva fatto memento ascetico della massima STD (Sub Tutela Dei) che apponeva agli atti del proprio ufficio.
Uno studio a parte meriterebbe questo suo voler operare sotto la tutela divina, questo anelare a essere un mezzo, uno strumento della trascendenza nell’immanente. I mistici d’oriente e d’occidente indicano la via per questo fine: la rinuncia a sé, o, per dirlo ancora meglio con l’insegnamento della Bhagavad Gita, la rinuncia al frutto egoico del proprio lavoro: bisogna compiere il proprio dovere senza pensare al vantaggio materiale che ne possa discendere. Come si vede, un monito agli antipodi dei meccanismi che reggono la nostra società e muovono il nostro mondo invaso dal demone del profitto. Un dato di fatto storico, questo del dominio capitalistico, che rende di difficile “comprensione” per la nostra “normalità” la figura e lo stile di vita di Rosario.
Quando leggo la sua conferenza sul comportamento che deve adottare il giudice nella società in cui è chiamato a operare vi trovo un anelito ideale, una intransigenza verso il dovere come valore e viceversa, che ricorda suo nonno, l’avvocato Rosario Livatino. Nessuno dei biografi, da quanto mi risulta, evidenzia che Rosario nasce in una famiglia di tradizioni laiche, socialiste e anticlericali; suo nonno è stato l’ultimo sindaco di Canicattì prima dell’avvento del fascismo e oggi viene ricordato dagli storici municipali per due episodi che ne sottolineano l’intransigenza dell’ideale, due episodi nei quali è stato richiamato dal prefetto e poi sospeso. Il primo è stato quando nell’anniversario della breccia di Porta Pia invece del tricolore espose la bandiera rossa. “A Canicattì hanno vinto i contadini e gli artigiani e il tricolore non è la loro bandiera ” rispose al richiamo prefettizio. Il secondo episodio si verificò in occasione delle nozze d’argento dei reali quando in Comune giunse disposizione di esporre il tricolore. Lui si rifiutò di eseguirla, perché non era previsto da nessun regolamento. Il commissario di polizia, venuto appositamente a Canicattì, prese la bandiera, lui personalmente, e non avrebbe potuto farlo, e la espose. Il sindaco Livatino, allora, in segno di protesta chiuse il Comune per tre giorni. Dopoché arrivò la sua sospensione da parte del prefetto e il caso approdò in parlamento con una interpellanza del deputato socialista Domenico Cigna.
Ora, mutata di segno, leggiamo la stessa adesione assoluta, senza accomodamenti e senza compromessi, nel nipote magistrato riguardo al proprio ideale di giudice, la fede socialista del nonno nell’omonimo nipote è diventata fede religiosa. E religiosa nel senso più letterale e onnicomprensivo della parola: nella concezione di Livatino il diritto non è limitato al buon funzionamento delle istituzioni, ma tende al perfezionamento e alla elevazione della persona. In Fede e diritto scrive: “Il diritto biblico si presenta come un sistema rigorosamente etico, tendente non solo, e forse addirittura non tanto, a realizzare un ordine, formale o sostanziale che sia, nella comunità politica terrena, bensì a consentire ed agevolare la perfezione morale dei singoli, considerati come membri della comunità…” A questa visione veterotestamentaria aggiunge l’apporto evangelico della carità: “I non-cristiani credono nel primato assoluto della giustizia […], i cristiani possono accettare questo postulato a condizione che si accolga il principio del superamento della giustizia attraverso la carità.”
Bisogna dire che i due scritti sono strettamente connessi da reciproca funzionalità, se Fede e diritto può essere considerato un piccolo trattato teorico sulla concezione giuridica dell’autore, Il ruolo del giudice nella società che cambia ne è il conseguente manuale pratico ad uso di chi deve giudicare. Se si analizza attentamente questo manuale pratico del giudizio viene fuori una figura di giudice se non fondata su un’ascetica rinuncia a sé, sicuramente del tutto distaccata dalle istanze, che possono essere più o meno legittime nell’uomo della strada, dell’io. Livatino ha chiarissima la visione del giudizio che deve prescindere dalle distorsioni percettive e dalle pulsioni dell’io. Ne consegue che il giudice, indipendentemente dalle sue credenze personali di qualsiasi natura, deve essere una specie di santo. Umberto Saba lo diceva del poeta, Livatino lo dice del giudice: due figure che nella loro compito specifico devono essere necessariamente santi, e, forse, intendeva dire questo Rosario, quando auspicava “il superamento della giustizia attraverso la carità.”
C’è un pensiero sul concetto di offerta di Simone Weil, la più grande pensatrice religiosa del Novecento, che dice: “Si può offrire solo l’Io. E tutto quello che si chiama offerta è soltanto un’etichetta posta sopra una rivendicazione dell’Io.” (1) La citazione non è solo un esempio esegetico della kierkegaardiana concezione dello spirito come territorio privilegiato del paradosso, ma introduce con efficacia la distinzione tra due specie di religione (o religiosità) : quella fondata sulla rinuncia a sé o offerta dell’io, e quella dove l’offerta al divino tende a ottenere un vantaggio per l’io (grazia, guarigione, aiuto, sicurezza psicologica…). La prima, aristocraticamente spirituale, la seconda, popolare e materialista. Questa breve digressione (che poi tale non è) vuole introdurre l’argomento della beatificazione di Livatino alla luce del particolare approccio cognitivo che ne ha il popolo della sua città natale.
Canicattì ha due figure che hanno sollecitato l’interesse della Chiesa: padre Gioacchino La Lomia, monaco cappuccino, e Rosario Livatino. Ad entrambi la città ha dedicato un monumento. Entrambi riposano tra le mura di una chiesa. Il primo notissimo nel territorio di Canicattì e dintorni, il secondo di fama ormai nazionale.
Padre Gioacchino La Lomia, di ricca e nobile famiglia, da giovane rigettò gli agi e la ricchezza per il saio. Sebbene morto agli inizi del secolo scorso, lungi dall’essere una figura del passato è una presenza a tutt’oggi viva e operante nel cuore dei canicattinesi. In un’epoca segnata da povertà diffusa, malattie e profonde disuguaglianze sociali fece della carità il nucleo propulsore della sua missione. Mentre le cure mediche si presentavano insufficienti e difficilmente accessibili, Egli visitava i malati nelle loro case portando conforto e spesso anche guarigione. Migliaia di persone a Canicattì portano il suo nome: non una moda, ma un fenomeno legato all’elevato tasso di mortalità infantile di quel periodo, succedeva infatti che per scongiurare la malattia o la morte, nei primi mesi di vita, i neonati venissero “votati”, cioè offerti, a Padre Gioacchino. Questi peculiari aspetti taumaturgici collocano la santità del padre cappuccino nell’alveo della religione popolare; lo rivestono di una funzione sciamanica e protettiva, con effetti materiali sulla comunità, come quello di neutralizzare gli aspetti o i momenti negativi dell’esistenza, che sono, per dirla con Simone Weil, “rivendicazioni dell’Io”.
Di ordine totalmente diverso appaiono la santità di Livatino e il suo rapporto con la comunità locale. Si racconta che all’indomani del suo assassinio un edicolante abbia chiesto chi fosse “questo giudice che hanno ammazzato”, gli fu risposto: “E’ quello bassino che acquistava il giornale ogni mattina qui da te.” L’aneddoto nel rappresentare esemplarmente l’invisibilità di Rosario tra la sua gente, spiega la mancanza di empatia di massa nei confronti del Beato nella sua città. La notizia della sua beatificazione è stata accolta con stupore dalla popolazione, reduce dalla delusione della mancata beatificazione di padre Gioacchino La Lomia che, a 98 anni dalla scomparsa, è stato dichiarato appena “venerabile servo di Dio”, mentre (così ragiona la grande maggioranza dei canicattinesi) un quasi sconosciuto viene beatificato dopo qualche decennio dalla morte. Intanto a Canicattì abbiamo la tomba di un servo di Dio circondata di lumini votivi e costantemente frequentata da devoti e pellegrini e la tomba di un beato (che nella gerarchia canonica occupa un grado più su del servo di Dio) visitata sporadicamente da qualche turista.
Ma, al di là della differente veste religiosa che contraddistingue i due, il beato Rosario Livatino possiede un elemento importante che manca a padre Gioacchino: l’aureola del martirio. E un martirio che nel caso specifico presenta i connotati di un evento che trascende la contingenza della cronaca. La domanda che Rosario rivolge ai suoi assassini, “Che cosa vi ho fatto?”, è archetipica, è la domanda che l’uomo giusto porrà sempre di fronte alla insensatezza del male, è la domanda che Giobbe nel crogiolo delle sue sventure rivolge a Dio: “ Che cosa ti ho fatto?”, “Dimmi di che cosa mi accusi”. L’omicidio del “piccolo giudice” non avviene nella logica di un utilitarismo criminale, che gli darebbe un senso, perverso ma pur sempre tale, non viene ucciso per aver fatto qualcosa, viene ucciso come simbolo in un atto di pura e semplice affermazione dimostrativa di potere.(2)
Diego Guadagnino
- Simone Weil, L’ombra e la grazia, Rusconi, Milano, 1985, p.38.
- Rosario Livatino è stato ucciso nel contesto dello scontro tra cosa nostra e stiddrari, in quanto questi ultimi volevano dimostrare agli avversari la loro potenza sul territorio.

