Mar. Nov 3rd, 2026

UNA RIFLESSIONE SUL PARTITO DEMOCRATICO

(un post di Giuliano Bruni)—Il Partito Democratico non è un partito di sinistra. È un partito liberista che ha scelto, con metodo e senza vergogna, di liquidare la sinistra come categoria politica e di sostituirla con un marchio di marketing. La sinistra, quella vera, aveva un soggetto: il lavoro salariato. Aveva un nemico: il capitale organizzato e lo Stato che lo serve. Aveva un programma: redistribuzione, controllo pubblico dei settori strategici, riduzione dell’orario, piena occupazione. Il PD non ha più niente di tutto questo. Ha clienti, stakeholder e un elettorato da gestire con promesse di inclusione simbolica e di modernità.

Nasce dalla fusione tra i residui del PCI e quelli della Democrazia Cristiana, ma la sintesi non è stata socialdemocratica. È stata la resa. Il PCI aveva già rinunciato al comunismo; il PD ha rinunciato anche al riformismo. Ha accettato il dogma che la flessibilità del lavoro sia progresso, che la spesa pubblica sia un maschio, che la competitività sia l’unico criterio di verità. Non ha “modernizzato” la sinistra. L’ha uccisa e ne ha tenuto il nome per usarlo come alibi.

Il Jobs Act non è stato un errore. È stato il manifesto. Ha precarizzato i contratti, ha facilitato i licenziamenti, ha ridotto le tutele in nome dell’occupazione che non è mai arrivata. Chi lo ha difeso parlava di “riforme strutturali” come se la struttura da riformare non fosse proprio la capacità del lavoro di resistere al capitale. È la stessa logica di chi privatizza i servizi pubblici e chiama il risultato “efficienza”. Il PD ha governato con questa logica e ha opposizione con la stessa logica, cambiando solo i toni.

Sui vincoli europei non ha mai avuto un conflitto reale. Ha accettato l’austerità come fatto di natura. Ha firmato i trattati, ha votato i patti di stabilità, ha spiegato agli italiani che bisognava “essere responsabili”. La responsabilità, in quella lingua, significava tagliare dove tagliava la spesa sociale e lasciare intatti i profitti. Quando le banche hanno avuto bisogno di soldi, i soldi sono arrivati. Quando le famiglie hanno avuto bisogno di reddito, si è parlato di incentivi e di meritocrazia. La differenza di trattamento non è casuale. È la politica.

Si presenta come progressista perché ha bandiere arcobaleno e discorsi sull’inclusione. Ma l’inclusione che pratica è quella che non tocca la distribuzione del reddito. Può riconoscere i diritti civili e contemporaneamente consegnare il lavoro a piattaforme che non pagano contributi. Si può parlare di diritti delle donne e contemporaneamente tagliare i servizi di welfare che rendono quei diritti praticabili. È progressismo da convegno, non da conflitto. La sinistra, quando esisteva, sapeva che senza potere economico i diritti restano concessioni.

Ha perso la classe operaia e non la cerca più. Ha scelto un elettorato urbano, istruito, preoccupato di valori e di immagine. Ha sostituito il conflitto di classe con il conflitto di identità, perché il secondo non costa nulla al capitale. Può mobilitarsi contro “il fascismo” e contemporaneamente garantire continuità alle politiche che impoveriscono chi il fascismo, se torna, troverà arrabbiato e senza alternative. Non è ingegno. È convenienza.

Chi lo chiama ancora “sinistra” o è disonesto o è rassegnato. Il Pd non ha tradito la sinistra. Ha deciso che la sinistra non serviva più e ha costruito un partito diverso, con un altro programma e un’altra base sociale. Continuare a chiamarlo di sinistra è un’operazione di occultamento. Servire a far credere che esista ancora un’opposizione reale al liberismo, quando l’unica opposizione è reale quella che il PD ha già sconfitto al suo interno e poi dimenticato

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