Ven. Ott 30th, 2026

APPELLO A CHI SIEDE SULLA POLTRONA PIU’ ALTA DI UNA CITTA’ CHE NON RIESCE A URLARE

(di SALVATORE PETROTTO)—Archiviate le passerelle dorate della Capitale della Cultura — rivelatesi un fallimento totale con un pesante sperpero di denaro pubblico — Agrigento torna a fare i conti con il primato negativo per PIL e servizi.

AGRIGENTO SULLA CORDA PAZZA: LA BOMBA SOCIALE CHE NESSUNO VUOLE VEDERE (E UNA CITTÀ CHE NON HA LA FORZA DI URLARE). IL WELFARE DIA RISPOSTE SERIE E URGENTI.

Un migliaio di cittadini in indigenza assoluta, una maggioranza schiacciata dalla povertà relativa e il morso feroce del carovita che divora salari e pensioni. Mentre la burocrazia perde le chiavi degli alloggi popolari finanziati vent’anni fa e la politica si interroga sul significato di “promuovere i poveri”, la tensione sociale ha superato il livello di guardia. L’appello a un’amministrazione distratta e a una cittadinanza anestetizzata.

Benvenuti ad Agrigento, la spettacolare Città dei Templi e, stando alle statistiche ufficiali Istat, indiscusso e glorioso ultimo presidio d’Italia per PIL pro capite. Se le classifiche nazionali sulla qualità della vita della stampa economica continuano metodicamente e crudelmente a relegarci in fondo alla graduatoria — oscillando pigramente tra il 95° e il 105° posto su 107 province, per reddito disponibile e servizi — la percezione della realtà nei palazzi del potere locale sembra godere di un’ottima, e quasi invidiabile, impermeabilità d’alta quota.

L’ultima fotografia del nostro welfare somiglia a una sceneggiatura degna del teatro del suo figlio più illustre, Luigi Pirandello. Da un lato abbiamo qualche migliaio di cittadini in povertà assoluta e, dato ancor più allarmante, una maggioranza schiacciante della popolazione scivolata nella povertà relativa, dove l’ordinario — mettere insieme il pranzo con la cena o pagare una bolletta senza accendere un cero a San Gerlando o a San Calò — è diventato un lusso per pochi eletti. Dall’altro lato, assistiamo all’esilarante teatrino della politica nostrana. Durante una recente conferenza stampa, alla legittima proposta giornalistica di “non occuparsi quasi esclusivamente degli abusivi e di promuovere, piuttosto i poveri“, la reazione della massima carica cittadina è stata un candido, quasi fanciullesco: “In che senso?”. Un dubbio amletico di rara profondità, subito seguito dalla perentoria richiesta di documentare formalmente la denuncia secondo cui, nel caos degli aiuti e dei sussidi di cui si occupa il cosiddetto Terzo settore, il settore dei servizi sociali, ai bisognosi sarebbe capitato persino di ricevere merendine scadute e generosamente farcite di formiche. Viene da sorridere, se non ci fosse da piangere: a quanto pare, per accorgersi che in questa città c’è gente che ha fame, non bastano i dati scientifici, serve forse un esposto in carta bollata, possibilmente con la formica allegata come prova provata.

Ora che, tra una polemica e l’altra, i riflettori si sono spenti, è inevitabile guardare a quello che è stato il capitolo di Agrigento- Capitale della Cultura: un fallimento totale, un’operazione di facciata che si è tradotta in un doloroso sperpero di denaro pubblico. Mentre i finanziamenti evaporavano in passerelle dorate, brindisi istituzionali e grandi eventi effimeri utili solo alla visibilità di pochi, l’ombra della miseria continuava ad allungarsi inesorabile sui vicoli storici e dimenticati della città. Un contrasto intollerabile, quando le lussuose sfilate di coloro i quali erano solo dediti alle sterili propagande, hanno ignorato un degrado sociale e strutturale che nessuna parata milionaria avrebbe mai potuto sanare.

Eppure, malgrado questo scenario di profondo e strutturale degrado socio-economico, Agrigento somiglia a un malato dal corpo ormai troppo provato ed esangue, che non ha trovato finora nemmeno la forza di reagire, di indignarsi, di scendere in piazza a far sentire la propria voce. È un torpore profondo, un’apatia collettiva e quasi anestetizzata che accetta passivamente il declino, quasi fosse un destino ineluttabile scritto duemila anni fa, tra le colonne doriche, e non il misero risultato di decenni di omissioni e colpevoli responsabilità politiche. Una sottomissione psicologica che rasenta l’irreale: la cittadinanza assiste in un silenzio tombale al sistematico smantellamento dei propri diritti fondamentali, mentre i governanti di turno si auto-assolvono celebrando traguardi burocratici che non hanno alcun impatto reale sulle tasche e sulle tavole delle famiglie agrigentine.

È certamente giusto, e soprattutto molto comodo per chi governa oggi, parlare esclusivamente di responsabilità pregresse. Ci culliamo nella  idea consolatoria di ricordare che nel 2020 il Comune contava appena due assistenti sociali e che oggi siamo gloriosamente saliti a sei o sette, con la solenne promessa di arrivare a quattordici entro il fatidico 2027. Ci piace tanto rievocare il fantomatico “Progetto Carrubbo” del 2008: ben 1,34 milioni di euro di preziosi fondi pubblici per dodici alloggi popolari di cui oggi si festeggia idealmente la maggiore età nel più totale e fitto mistero, salvo per quel civico 6 di via Santa Sofia, ristrutturato vent’anni fa e mai aperto perché — narra la leggenda metropolitana più tragicomica e grottesca del centro storico — gli uffici comunali avrebbero “smarrito le chiavi”. C’è da chiedersi se l’amministrazione, finiti i fasti e gli sprechi degli eventi culturali, abbia mai pensato di investire una piccolissima fetta di risorse per chiamare un fabbro.

Ma le analisi del passato e le barzellette sulle chiavi smarrite non bastano più. Se vogliamo guardare al futuro, dobbiamo smettere di osservare la povertà come un reperto archeologico immutabile, da esibire ai convegni. Oggi, al mancato sviluppo economico e strutturale che storicamente ci condanna, si è drammaticamente aggiunto l’odierno carovita. L’inflazione galoppante e l’impennata selvaggia dei prezzi non sono concetti astratti da talk-show economico, ma lame affilate che stanno letteralmente erodendo il potere d’acquisto di salari, stipendi e pensioni già storicamente tra i più bassi d’Italia. Chi prima galleggiava a stento, oggi affonda senza rimedio. Chi prima riusciva a pagare le bollette sacrificando il superfluo, oggi è costretto a sacrificare i beni di prima necessità, la spesa alimentare o, peggio ancora, le cure mediche.

Mentre la burocrazia discute con tempi bizantini se la palestra scolastica di Villaseta debba essere finalmente restituita alle attività motorie degli studenti o rimanere un centro di distribuzione di derrate alimentari — tra l’altro oggetto di pesanti segnalazioni igieniche e sospetti di essere frequentata da colonie di roditori, ancora al vaglio delle autorità —, la tensione sociale sale. Mentre i richiedenti asilo sono costretti a bivaccare sui marciapiedi di piazzetta Socrate a causa di un hotspot a Porto Empedocle rimasto temporaneamente senza ente gestore, i residenti esasperati ripuliscono le strade e le strutture per i senza fissa dimora. Mentre la riconversione ed il riutilizzo di Villa Betania, un’ex casa di riposo pubblica, ancora completamente abbandonata, mal gestita in passato e portata dritto dritto al fallimento, dall’attuale sindaco di Racalmuto Calogero Bongiorno, rimane un eterno cantiere aperto, finanziato, finora in maniera infruttuosa, con i fondi del PNRR.

La verità che non si vuole pronunciare nei palazzi dorati è che Agrigento è seduta su una bomba sociale pronta a esplodere. La povertà non è più un fatto marginale da confinare nei registri parrocchiali o da delegare passivamente all’eroico ma frammentato lavoro del volontariato e del Terzo settore. È una condizione di massa. Tra uno studio tecnico, un tavolo di coordinamento e un rimpallo di competenze sui fondi per creare una cabina di regia unica, le istituzioni rischiano di accorgersi del disastro solo a scoppio avvenuto, guardando le macerie dal finestrino di qualche auto blu. In una città agli ultimissimi posti per ricchezza e servizi, la promozione dei poveri e la lotta rigorosa all’illegalità non sono più opzioni programmatiche da inserire nei programmi elettorali: sono l’ultima, disperata chiamata per affermare il supremo valore della dignità umana.

L’appello si rivolge allora, in ultima istanza, sia a chi siede comodamente sulla poltrona più alta del palazzo municipale, sia a ogni singolo cittadino che popola questa disgraziata terra: l’amministrazione esca immediatamente dal vicolo cieco dei rinvii, delle risposte evasive. Non può continuare a stare ferma a guardare. Deve creare una cabina di regia trasparente, pulita ed efficace; la comunità deve combattere contro questa inaccettabile e colpevole rassegnazione.

Deve pretendere, a gran voce, che non venga più calpestata la dignità che merita.  Prima che il corpo esangue di questa città, smetta definitivamente di muoversi e di lottare. Prima che calino definitivamente le ombre di una notte buia, prima che si spenga tutto quanto, nel silenzio generale.

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