(di Salvatore Petrotto)—Diciamoci la verità: la colpa è tutta di Fidia, di Ictino e di quella cricca di architetti venuti dall’Ellade. Chi diede loro il permesso di costruire la Valle dei Templi? Dov’è la concessione edilizia del Tempio della Concordia? Chi firmò la sanatoria per le colonne doriche? Ad Agrigento, se interroghi l’indigeno giusto, il classico e teatrale giurgintano, la risposta è pronta, servita su un piatto di maliziosa ironia: i primi abusivi della storia sono stati i Greci.
Una battuta che fa sorridere. Almeno finché non si alza lo sguardo verso la città che fa da sfondo alla struggente bellezza della Valle dei Templi, per lo più mirabilmente intatta. Se poi vogliamo passarci il piacere di tuffarci dentro quello che fu il centro storico, ci si ritroverà immersi nella giungla di cemento dell’attuale desolante contemporaneità. Perché se i Greci costruivano senza moduli e timbri dell’ufficio tecnico, noi abbiamo dimostrato, si fa per dire, di essere i loro degni ed evolutissimi eredi. Anzi, li abbiamo letteralmente surclassati.
Benvenuti nella Fungaia: dove Pindaro incontra Palazzo Standa.
Malgrado leggi, vincoli paesaggistici, piani regolatori e sguardi severi delle autorità (spesso distratte da più urgenti impegni), nel cuore del centro storico di Agrigento abbiamo visto spuntare i famigerati “tolli”. Grattacieli di dieci, quindici, venti piani che svettano fieri, trasformando quella che Pindaro definì «la più bella città dei mortali» in una gigantesca fungaia di cemento armato.
I simboli di questa epopea? Il Palazzo Vita e l’indimenticato Palazzo Standa. Edifici che ad Agrigento hanno celebrato lo stesso rito pagano del Sacco di Palermo degli anni d’oro di Vito Ciancimino. Se nel capoluogo si facevano saltare in aria le ville liberty al grido grottesco di «Palermo è bella e noi la faremo ancora più bella!», nell’Agrigentino e nella vicina Favara il dogma era molto più pragmatico: «Guai a fermare la muratura!».
L’importante non era costruire bene, avere una visione, un’idea di comunità. L’importante era impastare cemento. Punto.
IL “NON FINITO SICILIANO”
Questo slancio creativo ha partorito un brand architettonico invidiato nel mondo: il Non finito siciliano. Favara ne è diventata la capitale morale: un groviglio di palazzoni senza intonaco, con i tondini di ferro che puntano orgogliosi verso il cielo, quasi a voler acchiappare il piano superiore non ancora finanziato. Ma non facciamo torto a nessuno: da Palma di Montechiaro a Gela, passando per Campobello di Mazara fino ai confini di Selinunte, l’edilizia “alla viva il parroco” ha trionfato ovunque, sfidando fiumi, frane e scavi archeologici.
Il paradosso di Maddalusa: dare da bere agli assetati (ma con parere legale)
Il capolavoro assoluto della commedia dell’assurdo agrigentina si sta consumando in queste settimane a Maddalusa. Parliamo di una zona sottoposta a vincolo di inedificabilità assoluta, dove però sono sorte — per partenogenesi spontanea — oltre 500 abitazioni.
All’inizio di luglio, circa duemila residenti si sono svegliati con un problema: le autobotti non potevano più rifornirli regolarmente. Niente allaccio alla rete, niente camion-cisterna. Ed ecco che la burocrazia agrigentina si è avvitata su un dilemma teologico-giuridico da fare impallidire i filosofi della Magna Grecia: se una casa non esiste per il catasto, l’essere umano che ci sta dentro ha diritto a bere?
La politica locale si è superata. Per applicare una delle sette opere di misericordia spirituale — dare da bere agli assetati — è stato necessario un parere legale. Il consigliere comunale Fabio Catania ha dovuto depositare una formula magica: un “registro temporaneo” per consentire l’acquisto di acqua in punti autorizzati. Come dire: vi diamo l’acqua per non farvi morire, ma vi garantiamo che questo non sanerà il salotto abusivo. Il Vangelo ad Agrigento è come il Piano Regolatore: un testo bellissimo, ma facoltativo.
La città che galleggia, ha sete e si affida alla ruggine
Il dramma vero è che Agrigento è una gigantesca ironia della natura: galleggia sull’acqua ma muore di sete. Il sottosuolo è una groviera di ipogei e gallerie idriche millenarie. Questa immensa spugna sotterranea, combinata con le mirabolanti colate di cemento in superficie, rende il terreno fragilissimo. Chi ha memoria ricorda il 19 luglio 1966, quando la terra tremò senza terremoto e i palazzi vennero giù in una memorabile frana. Allora il Ministro dei Lavori Pubblici parlò di “fatti mostruosi”. Sono passati sessant’anni e l’unica cosa cambiata sono i cartelli dei cantieri.
Oggi, nell’era delle bombe d’acqua e del cambiamento climatico, la vera preoccupazione degli ingegneri non sono i permessi, ma la chimica. Durante gli anni del boom selvaggio, per risparmiare, l’impasto del calcestruzzo veniva benedetto con la sabbia marina. Il risultato? I cloruri si stanno mangiando il ferro da dentro. Non è una profezia apocalittica, è chimica elementare: la ruggine non ha bisogno di concessioni edilizie, lavora gratis e non fa sconti.
I famosi “tolli”, immortalati persino dal regista Francesco Rosi nel film Cadaveri eccellenti, non hanno avuto bisogno di scenografie: la realtà superava già la finzione cinematografica.
La burocrazia dell’attesa.
Mentre la Regione Siciliana si scherma dietro lo Statuto Speciale (che dà competenze esclusive ma non può cancellare la Costituzione o il Codice dei Beni Culturali), è da oltre cinquant’anni che il Comune e le numerose autorità preposte, cospargendosi sistematicamente il capo di cenere, a parole rincorrono tutti quanti gli abusivi, anche quelli di Maddalusa. Come tanti gatti che inseguono tanti topi, senza mai acchiapparli. Morale della favola, com’è noto, nel frattempo sull’abusivismo si sono costruite numerose carriere politiche, a colpi di promesse mai mantenute.
Una su tutte?
La riperimetrazione del parco archeologico per liberare gli ostaggi, ossia gli abusivi intrappolati da mezzo secolo dentro il parco.
Oggi c’è addirittura chi sostiene che una sanatoria edilizia del genere, per evitare le demolizioni, da garantire o con legge regionale o con legge nazionale sia impossibile.
Della serie che persino la Costituzione della Repubblica Italiana si può cambiare, e lo si è fatto diverse volte, la legge sul parco archeologico no!
Chissà per quale sortilegio o mistero della fede questa ennesima sanatoria non s’ha da fare!
E questo galleggiamento politico-burocratico, mentre i condannati nel braccio della morte, morte edilizia si intende, con tanto di demolizione a carico dei proprietari degli immobili abusivi, attendono un’ipotetica grazia, il centro storico continua a perdere pezzi. A poche centinaia di metri dalle passerelle istituzionali e dai convegni sul turismo, interi isolati scricchiolano.
La procedura del Comune di fronte a un crollo è ormai un classico della letteratura d’appendice: si emette un’ordinanza di demolizione o di messa in sicurezza.
La si notifica ai proprietari (spesso irreperibili o emigrati in Australia nel 1974).
Si aspetta.
Si aspetta che il privato intervenga, che il tempo si fermi o che la forza di gravità chieda scusa.
I poteri sostitutivi del Comune? Gli interventi d’urgenza con rivalsa sui proprietari? Strumenti mitologici, come il Minotauro.
Agrigento non ha bisogno dell’ennesimo selfie davanti al Tempio della Concordia o di una nuova dichiarazione d’amore per Luigi Pirandello. Ha bisogno di un piano di risanamento straordinario, di un censimento serio degli immobili fantasma e di una mappatura del rischio. Altrimenti, inutile cercare i colpevoli tra le toghe degli antichi Greci. Quando il calcestruzzo depotenziato presenterà il conto finale, i veri responsabili non riusciranno a nascondersi dietro le colonne di Akragas. Anche perché, probabilmente, saranno già crollate pure quelle.

