(di Luisa Sisti–ROMAreport) —Giovedì 3 settembre alla libreria Koob una mostra dedicata al pittore, muralista, scultore e uomo di teatro, che ha attraversato Roma, la Sicilia e l’America Latina trasformando l’arte in uno spazio di incontro. Nel ricordo di Silvia Lotti, compagna e “musa”, la storia di un artista sempre in viaggio tra memoria, ricerca e impegno civile.
Silvio Benedetto e la sua ultima opera
Lo chiamavamo Maestro, ma senza alcuna ironia: per noi “discepoli d’arte” (non “seguaci”) Silvio era una forza della natura, impegnato fino allo stremo delle forze in qualche nuovo progetto o in incontri di promozione artistica un po’ ovunque nella Sicilia in cui aveva scelto di vivere, insieme alla moglie, Silvia Lotti, poliedrica artista a sua volta. Pittore, muralista, scultore, regista teatrale e uomo di cultura, Silvio Benedetto (Buenos Aires, 1938 – Palermo, 2026) arrivò in Italia nel 1961 e scelse Roma come uno dei luoghi fondamentali della sua ricerca: una ricerca estesa negli anni alla Sicilia (luogo d’origine della famiglia), alle Cinque Terre e di nuovo all’America Latina. Come detto, Roma divenne uno dei centri fondamentali della sua attività: qui entrò in contatto con l’ambiente artistico della “Nuova Figurazione”, frequentando e lavorando nell’ambiente della “Galleria Due Mondi”, da lui fondata e gestita insieme al fotografo Davide Racanelli. Negli anni Sessanta e Settanta viaggiò e lavorò tra Messico ed Ecuador, entrando in contatto con la grande tradizione della pittura murale; a Città del Messico collaborò alla realizzazione del gigantesco progetto “La Marcha de la Humanidad” nel complesso del World Trade Center e non solo: a Cuernavaca realizzò il murale “Progreso y Violencia”, opera monumentale successivamente distrutta. Il muralismo divenne per Silvio Benedetto non soltanto una tecnica, ma una vera idea dell’arte: un linguaggio capace di incontrare direttamente la collettività e di confrontarsi con la storia, la politica, la religione, il lavoro e la memoria. Nel 1974, a Palermo, presentò “Uomo-Cristo”, una gigantesca installazione di 33 metri in piazza Politeama; inutile dire che l’opera suscitò feroci polemiche e venne rimossa dall’amministrazione comunale (su richiesta di Vito Ciancimino) dopo pochi giorni. Esplose così “il caso”: a difesa dell’artista intervennero numerosi esponenti della cultura e dell’arte, tra cui Bruno Zevi, Luigi Nono e Cesare Zavattini.
Nel 1977 Silvio venne invitato alla X Quadriennale di Roma, dedicata agli artisti stranieri operanti in Italia: qui, presentò la sua “Trilogia” composta da “Diluvio”, “Processione” e “Tragedia Greca”. Trasferitosi a Campobello di Licata, realizzò negli anni un complesso progetto di arte pubblica che comprendeva murales, sculture, pavimentazioni e interventi urbani. La sua opera più ambiziosa resta, probabilmente, la “Valle delle Pietre Dipinte”, conosciuta anche come “Parco della Divina Commedia”, un percorso all’aperto ispirato al poema di Dante, realizzato attraverso cento grandi massi di travertino dipinti, tesi a trasformare un testo letterario in un’esperienza fisica, collettiva e urbana. Negli anni Novanta l’Artista lavorò nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, realizzando grandi pitture murali nelle stazioni di Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso: le opere erano pensate come un unico itinerario artistico, collegando luoghi diversi attraverso immagini e temi comuni. A Riomaggiore realizzò inoltre “La sequenza della memoria”, un grande mosaico polimaterico lungo la galleria pedonale che collega la stazione al centro del paese.
In vista dell’evento del 3 settembre abbiamo intervistato Silvia Lotti, a sua volta artista e compagna del Maestro da molti anni, autrice del libro “Come te, come sai, come mai” che verrà presentato per l’occasione.
Dall’Argentina all’Italia: come ha vissuto il Maestro questo cambiamento? In che modo ha saputo integrare i diversi aspetti artistici e rinnovare sempre il suo stile?D. Vorresti descriverci brevemente cosa porterai sempre con te, in ambito artistico, di quel vulcano di idee (e di vitalità) che è stato Silvio?
“Vulcano di idee e vitalità”, mente rapida ed immaginario dinamico pur nel suo andare tranquillo, sin da bambino ha continuato per gradi ad allargare il suo “perimetro”: prima dal familiare appartamento al barrio brulicante fuori dal portone, poi in una Buenos Aires in quegli anni già metropoli, poi nell’Argentina meno urbana, e poi nel mondo, proiettandosi sempre positivamente verso il futuro, verso le partenze e i viaggi, soprattutto verso gli incontri, perché per lui, più che i luoghi, a contare sono sempre state le persone. Sempre portando con sé le sue radici e i suoi vissuti di ieri via via accumulati e mai dimenticati, ma sempre anche immaginando via via altri domani e sempre facendosi ponte, lui talentuoso e riconosciuto sin da giovane, per creare collegamenti, per unire persone e territori innescando dialoghi sempre sul piano di un’autenticità informale.
Figurativo, capace di proporzioni ed anatomie impeccabili, sperimentatore di tecniche con risvolti inusuali e non di rado innovativi, ponendosi spesso volute difficoltà per trovare soluzioni altre.
Lui stesso si trovato a commentare che per “uccidere lo spettro dell’Ottocento… negli anni ’50, giovani, a Buenos Aires sembrava una bestemmia essere figurativi” (idem nella Roma degli anni ’60 dove “essere baconiano era un pregio indiscutibile”). “Se lo eri (figurativo) bisognava nasconderlo o mascherarlo di ‘ismi’ tardivi per non sembrarlo. Era peccato grave. Ma a me peccare piaceva e piace… Io testardo continuavo…”.
Il lavoro, la fatica, i corpi, i volti, tutti temi che non ha mai abbandonato.
In Italia si aggiunge in lui la ricerca di “non essere quello che gli altri hanno fatto di noi”. “L’urlo imbavagliato in una pericolosa dimensione metafisica” (quello dell’uomo latinoamericano, dell’indio schiacciato…) passa da una “dimensione Machu-Pichu” ad una “dimensione più storica ed umanistica… in osmosi con nuovi entusiasmi significanti, vivi” (testo di Silvio ripreso da Adriana Beverini in Pittori e colori delle Cinque Terre” Adriana Beverini, 1999, La Spezia Agorà Edizioni).
“In che modo, Silvia, puoi ritenerti continuatrice dell’opera di Silvio, al di là dei momenti di incontro collettivo?”
“Continuatrice dell’opera di Silvio”: voglio premettere che essere in un rapporto di così stretta collaborazione non implica, se questo rapporto è ‘sano’, una fusione che fa perdere identità; quand’anche ci siano ‘contaminazioni’ (certamente ce ne sono), esse vengono fatte proprie elaborandole in modo personale e portando così a risultati ‘altri’. Si interagisce, è un dare/avere anche quando esperienze, conoscenze, abilità, possibilità non sono sullo stesso piano, anzi, complementarsi può portare ad esiti sorprendenti. Ancor più se c’è amore: non può mancare il riconoscimento e il rispetto dell’altro (dell’altro così com’è) quando è esattamente così che l’altro ci piace, anche nei suoi difetti. Detto questo, l’opera di Silvio artista spazia dalla pittura alla scultura all’incisione al teatro alla scrittura e tanto altro… riguarda una sfera che va ben oltre il rapporto personale, essa appartiene al mondo, ed io contribuirò in ogni modo, per quel che posso, a dargli ancora volo.
“Con te e Silvio restano memorabili quelle serate di poesia pura del “Teatro negli appartamenti” a Roma: ti andrebbe di raccontare questa esperienza?”
Silvio è stato regista ed attore, sui palchi dei “luoghi deputati” come lui li definiva, nei teatri o in luoghi monumentali, ma anche in “luoghi teatrabili” che egli rendeva significanti all’interno di sue opere o azioni teatrali come solo un vero artista sa fare: provocando, attraverso il cambio di fruizione, quel senso di straniamento che scaturisce da nuovi punti di vista.
Uno dei suoi luoghi teatrabili preferiti era la Casa, la sua casa, che diventava spazio scenico naturale di un itinerario, interiore prima ancora che fisico (a partire dal marciapiede esterno e poi le scale, l’ascensore, il portone e via via, attraverso il corridoio, in una stanza dopo l’altra), da condividere con un numero di ospiti sempre limitato, tale da consentire il vis-à-vis, il guardarsi negli occhi, un invito a mettersi in gioco che poteva ribaltare i ruoli: spettatori ed attori insieme, quasi accezione, moderna e laica ma comunque atavica, dell’antico rito tribale. Questo il cuore del “Teatro negli appartamenti” (particolare forma teatrale creata da Silvio a metà degli anni ’50 a Buenos Aires e da lui portata avanti con continuità sino ad oggi) coi suoi passaggi dal piano del reale (più colloquiale, con spazio anche al ludico) al piano dell’immaginario (più poetico, dosando l’intensità emozionale con alcuni passaggi più forti, virando a volte verso l’ironia…) magistralmente gestiti da Silvio nei suoi ruoli di Professore, conduttore-guida.
“La poesia e la pittura – su ceramica, poi su tela – sono espressioni della tua scelta artistica: vuoi parlarci del tuo nuovo libro?”
“Come te come sei come mai”, un invito ad un immaginifico incontro con sé stessi e con gli altri: si rivolge ai bambini che abitano in noi, in ciascuno di noi, e affronta temi legati alle emozioni, alle reciproche relazioni, temi profondità ma affrontati senza tecnicismi pesantezza per affrontare seriamente.
Per lui il muro poteva diventare una tela. La tela poteva diventare una piazza. La piazza poteva diventare teatro.
E l’arte, soprattutto, poteva tornare a essere un luogo d’incontro.


