Le Troiane di Euripide
regia di Valeria Cimaglia
produzione Terra Magica Arte e Cultura di Taranto
(testo e foto di Francesco Principato)—È partita con un’opera possente la rassegna del teatro del mito al Giardino dell’Efebo della provincia di Agrigento. Nell’affascinante latomia trasformata in giardino botanico e che nel periodo estivo muta in un suggestivo teatro all’aperto, sono risuonate le parole del poeta tragico ateniese Euripide.
Le Troiane, uno dei suoi drammi più struggenti, narra della sorte dei vinti, del destino di Ecuba, Andromaca, Cassandra: donne figlie mogli dei valorosi combattenti troiani sconfitti dall’inganno di Odisseo. Una recita dolorosa che punta il suo fine sulla vita e la morte, sulla guerra e sulle sue cause, sulla follia distruttrice umana. Soprattutto sul senso dell’amore: per il proprio uomo, per la propria patria, per la propria progenie. Sul senso della vita.
La messinscena della giovane regista Valeria Cimaglia snellisce ruoli e scenografie, combina le protagoniste in un unico “abbraccio” velato che nasconde individualità: la tragedia è comune a tutte le donne, compresa la stessa Elena: causa della guerra fra Atene e Troia. Il testo di Euripide rimane comunque fedele nonostante la riduzione scenica. In novanta minuti le protagoniste apprendono la loro sorte nefasta di schiave, rappresentano il loro dolore, la loro disperazione, la loro affezione per la vita, il legame ai propri familiari vittime del nemico: nemmeno il piccolo Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca avrà salva la vita e la nonna Ecuba grida il suo dolore: che paura potete avere di un bambino ora che Troia è distrutta? La massima espressione della crudeltà e dell’insensatezza del crimine della guerra.
L’Ecuba dell’attrice Domizia D’Amico è instancabile in scena, eclettica nelle interpretazioni e sempre convincente. Soprattutto nel duello quasi giudiziario con Elena, la brava e giovane Francesca Bax. La Cassandra interpretata dalla stessa regista Valeria Cimaglia trasforma la nota pazzia in una ventata di verità oggettiva, i suoi vaticini nei confronti di Agamennone, che l’avrà in schiava, sono il germe del suo ottimismo vendicativo. Agamennone e l’araldo Taltibio, quest’ultimo interpretato in maniera discutibile (forse unico neo della rappresentazione), hanno il volto di Marco Maggio. Andromaca, aggrappata alla speranza di avere con se il figlio Astianatte, è stravolta dalla notizia che la sua creatura sarà precipitata dalle mura in fiamme di Troia. Mariachiara Basso riesce con abilità interpretativa a contagiare la platea del teatro.
Il pubblico sembra trattenere il respiro nell’intensa e ininterrotta rappresentazione fino all’epilogo, quando uno scrosciante applauso ha accomunato anche Alessia Ferrero, corifea di qualità. Pubblico in piedi a tributare un commosso apprezzamento a tutti gli interpreti della messinscena che si è avvalsa delle musiche di Simone Carrino e i costumi e le scene di Francesca Bax, essenziali e simbolici.
“Stolto è il mortale che distrugge città”, la frase pronunciata da Cassandra è anche il prologo recitato ad apertura di dramma da Massimo Cimaglia. attore regista fondatore della compagnia nonché papà della giovane regista. E aggiunge: chi distrugge la memoria e la vita degli altri condanna, in realtà, anche se stesso alla rovina. Un monito agli attuali despoti e capi di stato falsamente democratici che fanno della guerra e delle stragi un affare privato.
E noi potremmo anche aggiungere che non solo con la guerra si distruggono le città: anche affogando le bellezze civiche nella spazzatura e nell’incuria.







