Lun. Ago 10th, 2026

A LAMPEDUSA SI PROIETTANO FILM IN SPIAGGIA MA IL MOLO NON E’ADATTO A RICEVERE ESSERI UMANI

Scrive il  quotidiano “Avvenire” che dedica due articoli alla inumana situazione.

Il molo della piccola isola siciliana di Lampedusa è stato intitolato a papa Francesco, morto il 21 aprile dello scorso anno. C’è una targa a segnalarlo, molto visibile perché incastonata su una specie di pietra a forma di conchiglia, che si distingue bene dal contesto circostante. L’ha inaugurata papa Leone XIV durante la sua visita lo scorso 4 luglio. Dice: «Molo Papa Francesco. Luogo di approdo, speranza e umanità».

Il molo, che prima si chiamava “Favaloro”, è il posto in cui vengono fatte sbarcare praticamente tutte le persone migranti che raggiungono Lampedusa dall’Africa. È in condizioni pessime e del tutto inadeguato ad accogliere esseri umani, tanto più se arrivano traumatizzati da un viaggio sfiancante, spesso feriti o disidratati. La visita del papa e l’intitolazione del molo al suo predecessore erano state presentate come un’occasione per migliorarlo e fare almeno alcuni interventi essenziali: non è successo e anzi, per certi versi ultimamente la situazione è peggiorata. Essendo più vicina alle coste africane che a quelle della Sicilia, a Lampedusa ogni anno arrivano migliaia di persone migranti attraversando il Mediterraneo su imbarcazioni malmesse. Papa Francesco è stato il papa che più di tutti si è impegnato per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’accoglienza delle persone migranti, e nel 2013 proprio a Lampedusa organizzò significativamente la sua prima visita ufficiale fuori da Roma: per questo si è scelto di intitolargli un luogo cruciale per le persone migranti che arrivano sull’isola.

Gli sbarchi a Lampedusa sono in calo, ma non sono pochi: nei primi sei mesi di quest’anno sono arrivate più di 14mila persone, rispetto alle 30mila dello stesso periodo del 2025 e le 26mila del 2024. Significa che ci sono comunque centinaia di persone a settimana che passano dal molo Favaloro, spesso persone vulnerabili e bambini (il calo è anche una conseguenza degli accordi fatti dal governo coi paesi di partenza nel Nord Africa, dove le persone vengono spesso detenute in condizioni disumane e torturate).

Il molo Favaloro è l’unico molo militare dell’isola (“molo” inteso come costruzione artificiale in cui vengono ormeggiate le barche). Le persone migranti vengono portate tutte lì per questo: di solito vengono soccorse ancora in mare dalle navi della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera, quando si avvicinano alle acque territoriali italiane. Non arrivano quasi mai autonomamente sulla costa. Sul molo generalmente rimangono anche diverse ore, vengono perquisite davanti a tutti e poi caricate su un pullman per essere portate al centro di prima accoglienza dell’isola, il cosiddetto hotspot. Il molo è una striscia di cemento lunga 150 metri all’ingresso del porto più recente dell’isola, nel sudest. Oltre alle forze dell’ordine possono accedervi le autorità sanitarie, le organizzazioni internazionali, i volontari di Mediterranean Hope (il programma per migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia), quelli del Forum Lampedusa Solidale (un gruppo informale di abitanti impegnati in attività legate ai migranti) e quelli della parrocchia locale.

È uno spazio molto spoglio, con solo tre strutture permanenti che sono dei gazebi in legno inadeguati a proteggere le persone da sole, vento e acqua, e altrettante cisterne per il carburante delle navi della Guardia di Finanza. Non c’è un attacco per l’elettricità, né una connessione a internet.

Da alcuni anni c’è una struttura in cemento con sei gabinetti, ma non sono allacciati alla rete idrica e hanno una sola cisterna con pochissimi litri, insufficienti anche solo a pulirli. «Le porte sono scardinate, non è un posto dove una persona va serenamente in bagno», dice Francesca Saccomandi di Mediterranean Hope, tra le poche persone al di fuori delle autorità ad avere accesso al molo insieme a pochi altri volontari. Racconta che per permettere alle persone migranti di sciacquarsi le mani lei e gli altri volontari si organizzano portando delle bottigliette d’acqua.

Oltre a loro, a occuparsi di tenere minimamente puliti questi bagni c’è il guardiano del molo, Giuseppe Loverde. Di recente ha raccontato all’Espresso che l’acqua per lo scarico la butta lui manualmente con dei secchi, ogni volta che una persona usa il bagno. La carta igienica invece non c’è, «la compriamo io e mia moglie». Lui e sua moglie hanno comprato anche tre faretti a led da usare quando sul molo non c’è luce, cosa che capita spesso soprattutto dopo i danni provocati dal ciclone Harry. Sono spese che Loverde fa sempre di tasca sua.

Nonostante la situazione sia uguale da molto tempo, solo dopo la visita del papa sulla porta dei bagni è comparso un cartello con la scritta «fuori servizio»: per degli standard accettabili non si può dire che lo siano mai stati.

Saccomandi dice che Mediterranean Hope aveva individuato anche aziende disposte a sistemare i bagni a prezzi molto bassi, ma nessuna delle autorità che hanno accesso al porto se ne vuole prendere la responsabilità: la competenza di fatto è divisa tra diverse istituzioni, e alla fine nessuno prende le decisioni.

La Regione Sicilia aveva finanziato con 3,4 milioni di euro una serie di interventi da fare a Lampedusa in occasione della visita del papa, ma sembra che siano serviti perlopiù a rendere presentabili i posti che sarebbero stati fotografati: non a rendere davvero più vivibili quelli usati dalle persone migranti, a partire dal molo dedicato a papa Francesco.

Il grosso (1,3 milioni) è stato usato per rifare le strade da cui sarebbe passato il papa; altri 760mila euro per ricostruire il campanile di una chiesa sull’isola che venne demolito negli anni Ottanta. Tolti altri interventi minori, restavano 768mila euro per sistemare il molo Favaloro e quello di Cala Pisana (a est dell’isola), entrambi danneggiati dal ciclone Harry a gennaio. Non è ben chiaro per cosa siano stati usati nel caso del molo Favaloro, visto che chi ci lavora dice che non è cambiato niente: l’unico intervento è stato rimettere il cancello che era stato sventrato dal ciclone.

Lampedusa è tornata nel suo buco nero (e per i migranti non ci sono bagni agibili)

di Andrea Ceredani

Sei servizi su sei al molo papa Francesco sono malfunzionanti. Alcuni sono intasati, altri perdono acqua. Le porte crollano. Per lavarsi ci sono poche bottigliette d’acqua, «ma non bastano alle donne che hanno appena partorito»

È trascorsa solo una settimana dalla visita di papa Leone XIV a Lampedusa e Giuseppe Lo Verde è già tornato al suo lavoro di sempre: pulire i bagni del molo “papa Francesco”. Quei servizi sono il primo luogo ad accogliere migranti sbarcati in Italia dopo giorni di navigazione, spesso alla deriva, in mezzo al Mediterraneo. «E sono in condizioni inaccettabili», denuncia Lo Verde. Da almeno tre anni, tutti e sei i bagni sono malfunzionanti: alcuni non caricano acqua, altri ne perdono talmente tanta da esaurire l’unica cisterna presente in pochissimi utilizzi. Le porte sono completamente scardinate e più volte sono cadute addosso a operatori e persone migranti, tra i quali anche qualche bambino. Mancano carta igienica e sapone. Dai lavandini non esce più acqua. «Ogni volta che c’è uno sbarco – spiega Lo Verde, dipendente della prefettura di Agrigento –, recupero una tanica di acqua da mille litri. Poi preparo subito i secchi, perché se mettessi l’acqua nel circuito si disperderebbe tra i mattoni. Quindi, ogni volta che un migrante esce dal bagno entro io a scaricare l’acqua con il secchio». In attesa di un aiuto delle autorità, finora mai arrivato, più volte Lo Verde ha anche riparato la struttura a spese proprie e comprato i beni necessari. «La carta igienica qua non è mai esistita», sintetizza.

Il tempo che le persone migranti trascorrono nel molo “papa Francesco” non è molto – la prima mezz’ora circa della loro permanenza in Italia –, ma è fondamentale per migliorare le loro condizioni igienico-sanitarie. Dopo lo sbarco nell’area militarizzata dell’isola, uomini, donne e bambini subito manifestano l’esigenza di trovare un bagno. Per molti, quelli sono i primi veri servizi igienici che incontrano dopo giorni di navigazione, nottate nei lager libici e settimane di viaggio nel deserto. Eppure, non trovano altro che una bottiglietta d’acqua per sciacquarsi il viso e tutto il corpo. A fornirgliele sono i volontari delle associazioni o degli ordini religiosi che le raccolgono da quelle che la Croce Rossa distribuisce sull’isola a qualche minuto dallo sbarco. Altre volte, le recuperano direttamente tra quelle che i migranti lasciano al molo. «Ma a cosa può servire una sola bottiglietta d’acqua a una donna che ha appena partorito?», chiede suor Angela Cimino che per due anni è stata volontaria a Lampedusa. Da quando l’ha lasciata per trasferirsi a Porto Empedocle, nove mesi fa, continua a pensare alle condizioni in cui vengono accolti i migranti in Italia: «Accompagnare i fratelli che chiedono di andare al bagno senza poter dare acqua e con i sanitari rotti – racconta – è una sofferenza continua, il dolore più grande della mia missione».

La speranza di suor Cimino, come quella di tutti gli altri operatori a Lampedusa, si era accesa con l’arrivo di papa Leone XIV sull’isola. Ma è bastato poco a spegnerla. Nei giorni della visita è comparso sulla porta dei bagni un cartello che recitava “Fuori servizio”. Ma, a qualche ora dal saluto del Pontefice, se ne è andata anche quell’insegna lasciando i 300 migranti sbarcati nella scorsa settimana di nuovo alle prese con la struttura fatiscente. «La gioia per la visita del Papa – racconta suor Cimiano – di fronte a quel cartello è diventata subito sofferenza».

Ma i disagi del molo “papa Francesco” non si fermano ai bagni. Ad aggravare la situazione negli scorsi mesi è stato il ciclone “Harry”, che ha sradicato un cancello e innescato diversi guasti tecnici che in questa settimana hanno fatto saltare anche l’illuminazione elettrica. «Gli sbarchi di notte ormai avvengono a buio completo» spiega Francesca Saccomandi, operatrice di Mediterranean Hope. «Questo genera un caos incredibile – continua –. Banalmente, le distribuzioni di acqua e cibo sono complicate». Non solo. La scarsa visibilità sarebbe anche una minaccia per la sicurezza dei migranti, che al molo devono camminare evitando circuiti elettrici scoperti. «Se a questo aggiungiamo che quando arrivano in bagno non possono neppure sciacquarsi la faccia, è facile concludere che le persone che sbarcano a Lampedusa non sono accolte in modo dignitoso», sostiene Saccomandi.

Negli scorsi anni, il Forum Lampedusa solidale più volte ha chiesto un intervento urgente per migliorare le condizioni igienico-sanitarie del molo. Ma la risposta è rimasta incastrata in un rimpallo di competenze tra Comune, Guardia costiera e Regione. «Avevamo trovato anche aziende disposte a rimettere a posto i bagni a prezzi bassissimi – spiega Saccomandi – ma le autorità interpellate hanno sempre risposto che non è affar loro». Il risultato è che, per il momento, le spese più urgenti le ha sostenute Giuseppe Lo Verde. A partire da alcuni led costati «un’ottantina di euro» e installati qualche giorno fa. Sullo stato di salute dei bagni, anche il dipendente della prefettura di Agrigento sembra sempre meno ottimista: «Se la situazione resta questa, prima o poi sarò costretto a chiuderli».

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