(Sul Domenicale del Sole24Ore DANIELA MARCHESCHI scrive di “Restitutio ad integrum” il nuovo libro di poesie di Margherita Rimi. Ne pubblichiamo la pagina e un saggio della Rimi sulla poesia).
11 MARZO 2026 / PUBBLICAZIONI LETTERARIÆ
«Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Con che nome dobbiamo chiamare la morte? Non lo so. Ho bisogno di un gergo come quello degli innamorati; monosillabi come ne dicono i bambini quando entrano in una stanza e trovano la mamma che cuce e raccolgono un pezzetto di lana candida, una piuma, o un brandello di chintz»1.
Prendiamo ad esempio questa frase di Virginia Woolf per rappresentare quanto sia importante per ogni poeta trovare una lingua, la propria lingua poetica. La Woolf fa riferimento ad una lingua speciale, precisamente little language, dotata di parole ed espressioni semplici, che intercorrono nella comunicazione tra due innamorati. E ogni little language è diverso a seconda di chi sono gli innamorati.
Così noi pensiamo della lingua della poesia: essa è la lingua peculiare di ogni poeta, che nasce dalla sua personale ricerca linguistica e di significati. Una lingua tramite la quale il poeta viene riconosciuto, individuato in modo inconfutabile, nella sua relazione con sé stesso e con il mondo, con la parola.
Con un po’ di libertà interpretativa pensiamo che gli innamorati della Woolf possano essere identificati con il poeta e la parola. E che la poesia si trovi anche in quei misteriosi “monosillabi” dell’infanzia, espressione di una lingua esclusiva e creativa parlata nella relazione tra madre e bambino2.
Si presuppone che l’amore non parli in una lingua solita, né in una sola lingua3, ma in una lingua propriamente speciale, com’è quella necessaria agli innamorati e ai bambini, alla poesia stessa. Ogni poeta ha bisogno di costruire una propria lingua, come ogni bambino, e non una lingua di adattamento e adesione passiva al mondo, non una lingua imitativa. Ma una lingua propria creata nel laboratorio della propria esperienza umana, intellettiva e tecnica. Non una lingua che parli per copia conforme o come un “libro stampato”, ci ricorda Giuseppe Pontiggia, riferendosi all’oralità.
Sono in molti a scrivere versi, ma la pratica dell’arte della poesia non è compito facile. Non ci sono scuole né corsi che la possano insegnare, si possono trasmettere degli aspetti della tecnica poetica, ma non si può insegnare come diventare poeta, ognuno lo diventa e lo è a modo proprio e in modo strettamente attinente allo sviluppo della sua personalità e del suo carattere, dei suoi valori etici, della responsabilità e del coraggio, del suo sogno.
Il poeta possiede in sé un complesso mondo caratterizzato da esperienze umane e perizia tecnica, da aspetti che riguardano la creatività, l’ispirazione e un profondo rapporto e rispetto della parola: un legame complesso e indissolubile. In parte anche imperscrutabile, un legame che porta con sé anche la consapevolezza del mistero della vita, che il poeta sfida, nella sua ricerca di verità. Quello che è possibile dire è che divenire poeta è parte di un lungo processo di maturazione umana e di disciplina tecnica, di evoluzione non solo intellettiva ma, insieme, della fantasia e della creatività che ci hanno accompagnato sin da bambini.
La poesia, viaggio peculiare di conoscenza di sé stessi e del mondo. Viaggio di ricerca di verità mediato dalla parola. È come guardare con altri occhi, sentire con altre orecchie e pensare con tante menti e intelligenze. E con tante lingue.
Giuseppe Pontiggia, nei suoi corsi di scrittura, sostiene che le «attitudini» non sono sufficienti per fare uno scrittore e che sull’annosa e noiosa questione se «scrittori si nasce» o si diventa, risponde che «scrittori non si nasce, ma si diventa nascendolo»4.
E annota che molti «sono diventati scrittori attraverso un percorso molto duro, fatto di frustrazioni, di prove, di angosce, di delusioni, di tentativi, di verifiche da parte di lettori attenti che esprimono giudizi severi e non solidali, non complici»5. Grande gioia la scrittura, dunque, ma anche grande fatica, impegno e rigore.
Sulla poesia e sulla fantasia creativa del poeta si è scritto e si continua a scrivere tanto. Non c’è ambito culturale e scientifico in cui non se ne sia trattato; che non se ne siano occupati o che non ne siano rimasti affascinati letterati, filosofi, scienziati, psicoanalisti e i poeti stessi.
Sigmund Freud, nel saggio Il poeta e la fantasia (1907), stabilisce un parallelismo tra il poeta e il gioco del bambino. Così si interroga: «Non dovremmo forse cercare già nell’infanzia le prime tracce della fantasia poetica? […]. Non possiamo dire che ogni bambino giocando si comporta come un poeta, nel momento in cui si crea un mondo proprio, o piuttosto mentre riordina un nuovo mondo?»6.
E ancora: «Il poeta si comporta come un bambino che gioca. Egli crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio – in cui, cioè, investe una grande carica emotiva – e lo separa nettamente dalla realtà»7.
Il padre della psicoanalisi quindi riflette sull’enigma della creatività dei poeti, sulla natura della creazione artistica, immaginando una assonanza tra il bambino che gioca e il poeta. Egli sostiene che nell’adulto il gioco infantile del bambino prenda le forme del “sogno ad occhi aperti” e della “fantasia”, fonti della creazione artistica per il poeta. Freud proseguirà le sue ricerche applicando i principi della psicoanalisi8 alla letteratura e all’arte, ritenute una espressione della soddisfazione delle pulsioni rimosse. Rimane, comunque, consapevole che non sarà possibile spiegare tutto il genio del poeta e del mistero della creatività artistica. Carl G. Jung, in Psicologia e poesia, afferma che l’opera d’arte è il risultato di un processo inconscio che trascende, dunque, la coscienza dell’autore e che ha le radici, con esattezza, nell’inconscio collettivo. Così scrive: «la potenza dell’impulso creativo artistico proveniente dall’inconscio, ci mostra quanto esso sia irregolare e dispotico»9, sostenendo così l’irrazionalità dell’arte. Il processo artistico, inoltre, viene messo da Jung in relazione con gli archetipi: «Il processo creatore, per quanto possiamo seguirlo, consiste in un’animazione inconscia dell’archetipo, nel suo sviluppo e nella sua formazione fino alla realizzazione dell’opera perfetta»10; viene dunque accostato ai simboli, i miti e le fiabe, i sogni. Gli archetipi riemergono tramite il poeta o l’artista nell’opera d’arte, dove vengono attualizzati. Ma anche Jung, come Freud, non riuscirà a definire la poesia: «poiché la creatività irrazionale che proprio nell’arte si esprime più chiaramente finirà per farsi gioco di tutti gli sforzi razionalistici»11. La poesia non può contare solo sull’ispirazione, o essere solo espressione dell’inconscio e dell’irrazionalità, né essere solo il risultato dell’automatismo di una tecnica. In merito alla questione, Daniela Marcheschi afferma che nella poesia si compie l’unità tra l’elemento razionale e quello irrazionale – intuitivo. Così argomenta nel capitolo Tradizione e poesia in Il sogno di Don Chisciotte: «Potremmo fare poesia in modo davvero riconoscibile, se saremo in grado di riscoprire e rendere operativa, accanto all’energia primaria, “irrazionale”, dell’intuizione, quella dimensione razionale che il riesame etimologico ci ha consentito di recuperare. […]. La razionalità della poesia non sta soltanto nella tecnica, nell’abilità artigianale del poeta, nella sua capacità di organizzare in modo sistematico le strutture di un testo nei loro differenti ed interagenti livelli compositivi. È qualcosa di più. […]»; identificando questo nella «sagacia intellettuale con cui un autore è in grado di riflettere sulla tradizione o le tradizioni artistiche, reintuendole, reinterpretandole e ritraducendole in res, in precise e autonome scelte formali»12. L’ispirazione, dunque, da sola non basta alla poesia. Come scrive Marcheschi è indispensabile un costante lavoro di ricerca e di sperimentazione e verifica linguistica e di stile, invenzione e reinvenzione, insieme alla mediazione del proprio bagaglio di esperienze umane e culturali. Una ricerca personale di significati come per esempio del significato del proprio stare al mondo; dell’interrogarsi sul senso e il valore della relazione con sé stessi e con gli altri; e con le tradizioni che ci hanno preceduti. Thomas S. Eliot, in proposito, ha fatto una precisazione fondamentale sulla poesia e la critica: «La tradizione non è un patrimonio che si possa tranquillamente ereditare: chi vuole impossessarsene deve conquistarla con grande fatica»13.E ancora: «Nessun poeta, nessun artista di nessun’arte, preso per sé solo, ha un significato compiuto. La sua importanza, il giudizio che si dà di lui, è il giudizio di lui in rapporto ai poeti e agli artisti del passato. Non è possibile valutarlo da solo: bisogna collocarlo, per procedere a confronti e a contrapposizioni, trai poeti del passato. Questo è per me un principio di critica estetica, e non di semplice critica storica»14. Altrove ho scritto: «Non si può fare linguaggio senza esperienza umana e non si può fare esperienza umane senza un linguaggio. La poesia è un modo di “scrivere” il mondo che si fa esperienza»15. Troviamo delle affinità tra le modalità di apprendimento del linguaggio dei bambini e l’attività poetica. L’ atteggiamento tenuto dai bambini nell’apprendimento del linguaggio e dunque della realtà, è pieno di stupore e sorpresa difronte alla conoscenza delle parole che il piccolo insegue, e se ne impossessa perché con esse denomina e apprende le cose del mondo, con esse conosce ma anche costruisce e inventa il mondo. Nella combinazione delle parole il bambino è capace non solo di dare un ordine al mondo ma anche di disordinarlo, fantasticarlo e anche di sperimentare e denominare e inventare altri mondi. Quello stupore è lo stesso che coglie il poeta quando crea una poesia. Alcune volte succede che egli voglia dare una certa direzione, un certo ordine alle parole, come magari le aveva imparate, ma accade che alcune di esse sfuggano inaspettatamente, assumendo altri significati che ne scoprono altri ancora. Una invenzione sull’invenzione. Ricordiamo una poesia di Wisława Szymborska, Una bimbetta tira la tovaglia (di cui abbiamo già scritto nel saggio Il popolo dei bambini), per sottolineare quanta fantasia e invenzione poetica si sprigionino nell’osservare alcuni comportamenti istintivi dei bambini che, nel loro sviluppo, vivono il mondo sperimentandolo con i suoi oggetti e fenomeni. E, ognuno a modo loro, imparano a conoscerlo. In questa poesia la Szymborska presenta una bambina che sta per combinarla grossa, almeno secondo le norme degli adulti. Sta per fare una cosa che non si si deve fare: tirare la tovaglia della tavola apparecchiata. È così che gli oggetti si mettono a volare per ricomporre e inventare un altro mondo o tanti altri mondi. Ecco la poesia:
È da più d’un anno che si è al mondo,
e a questo mondo non tutto è stato studiato
e messo sotto controllo.
Ora sono sotto esame le cose
che non possono muoversi da sole.
Bisogna aiutarle a farlo,
spostare, spingere,
prenderle da dove sono e trasportarle.
Non tutte lo vogliono, ad esempio l’armadio,
la credenza, le inflessibili pareti, il tavolo.
Ma la tovaglia sul tavolo ostinato
– se afferrata bene per gli orli –
manifesta già la volontà di viaggiare.
E sulla tovaglia i bicchieri, i piattini,
la brocchetta con il latte, i cucchiaini, la scodella
addirittura tremano per la voglia.
È interessante,
quale movimento sceglieranno
quando ormai vacilleranno sul bordo:
un viaggio lungo il soffitto?
un volo intorno alla lampada?
un salto sul davanzale e di lì all’albero?
Il signor Newton non ha ancora nulla a che fare con questo.
Guardi pure dal cielo e agiti le braccia.
Questo esperimento deve essere fatto.
E lo sarà» A
A Wisława Szymborska, La gioia di scrivere, Milano, Adelphi, 2009, p. 585. Cfr. Margherita Rimi, Il popolo dei bambini, cit.,pp. 48-49.
Donald W. Winnicott, pediatra e psicoanalista, individua l’origine della creatività e del gioco in una area che chiama «transizionale»16.
Per creatività egli non intende solo quella artistica, ma la creatività anche come atteggiamento costruttivo e vitale dell’essere umano verso la vita stessa, in ogni sua attività. Questa area rappresenta uno «stato intermedio» dello sviluppo del bambino, che si colloca tra realtà interna e realtà esterna. Attraverso gli «oggetti transizionali» e i «fenomeni transizionali», il bambino che farà delle le esperienze relazionali sufficientemente buone con gli adulti, divenuto egli stesso adulto, manterrà una interazione vitale e non passiva, né di «compiacenza» adattiva, verso il mondo esterno, la «realtà esterna». L’autenticità che differenzia il Vero Sé, dal Falso Sé17. In una intervista, a cura di Grazia Calanna, in risposta alla sua domanda se le parole bastino alla poesia. Questa è la mia risposta:
Le parole bastano sempre, se soprattutto sappiamo usarle nella loro identità e verità, nel senso nel quale le vogliamo rappresentare e condurre, nel significato che vogliamo dare loro. Il processo di costruzione della poesia implica mettere assieme le parole, combinarle tra di loro in modo creativo, portarle in vita dal vocabolario − dove giacciono isolate − o da altro linguaggio, come un organismo che funziona in sintonia. Accordare tra loro le parole, dare loro una forma, farle dialogare, produce l’effetto di un potenziamento delle parole stesse sia nel significato che nel suono, nel ritmo. La poesia non può andare al di fuori delle parole, della loro significazione, del loro dialogo. La lingua italiana, inoltre, ha una grande varietà di parole e sonorità tali da “bastare” alla poesia. La poesia non è però un lavoro da vocabolario − anche se il vocabolario serve ¬, ma un lavoro di ricerca linguistica complessa che si interseca con una ricerca, una indagine personale, nel tentativo di leggere, capire sé stessi e gli altri, nell’interazione con il mondo. È anche un lavoro filosofico, di pensiero. È anche il governo delle parole nella loro storia e nella storia dell’esperienza soggettiva. Così scrive Leopardi: “un’idea senza parola o modo di esprimerla, ci sfugge […] colla parola prende corpo, e quasi forma visibile, e sensibile” (Zibaldone, 95). Il rapporto del poeta con le parole sta in una relazione di valore etico, non si può prescindere da questo. Le parole dunque non vanno “prese in giro”, non vanno manipolate o falsificate con l’intento di apparire o, peggio, di mentire. Vanno governate ai fini dell’arte. […]. La menzogna, la manipolazione delle parole squalifica le stesse, deforma la conoscenza, la percezione e il pensiero, compromette la capacità creativa
La poesia è anche un atto di coraggio nell’esplorare e sperimentare il mondo, la sua storia, andare nei suoi anfratti più tetri. È un modo di conoscerlo attraverso l’esperienza che riesce a farsi parola: parola poetica, per raffigurare i suoi orrori come le guerre, le ingiustizie, le dittature, la pedofilia e le violenze sui bambini, la crudeltà e le persecuzioni. I regimi autoritari hanno sempre temuto la poesia perché riesce a fare emergere, con la bellezza e la forza delle parole, il Male del mondo nel modo più eloquente. Ma anche perché la poesia riesce pure a far sognare, a fare immaginare un mondo migliore, la libertà e la giustizia. La poesia è anche figlia dei sogni. Facciamo degli esempi con due poesie, una di Quasimodo e una di Ungaretti, divenute famose per la loro qualità di rappresentazione stilistica. Con immagini di grande efficacia, questi due poeti descrivono e condannarono la guerra. Ecco cosa scrive Quasimodo:
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo? […] C.
Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici, in Poesie e discorsi sulla poesia, a cura e con introduzione di Gilberto Finzi, prefazione di Carlo Bo, Milano, I Meridiani Mondadori, 1971, p. 125.
Ed è così che scrive Ungaretti:
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita D
Giuseppe Ungaretti, Veglia in Vita di un uomo. Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Milano, I Meridiani Mondadori, 1969, p.25.
E, infine, Angelo Maria Ripellino denuncia l’indegnità del potere, un sistema sociale di uomini corrotti:
Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickería.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi ai feticci della camorra,
come Abramo dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra neri ceffi di lupi digrignanti
E Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio. Sinfonietta. Lo splendido violino verde, a cura di Alessandro Fo, Federico Lenzi, Antonio Pane, Claudio Vela, Torino, Einaudi, 2007, p. 202.
Diversi autori russi che si opposero fermamente con i loro versi al regime sovietico, pagarono con la propria vita il loro atto di coraggio e libertà; cito, per tutti, Osip Mandel’štam. Di Stalin crea un ritratto volgare e grottesco, immagine repellente e violenta del potere, con questa significativa poesia:
[…] si ricorderanno del montanaro del Cremlino,
le sue grosse dita sono grasse come vermi,
le parole sicure come pesi da un pud.
Ridono i baffi da scarafaggio,
rilucono i suoi gambali.
E, intorno, la sua marmaglia di ducetti dal collo sottile,
egli gioca coi servizietti di mezzuomini.
Chi fischia, chi miagola, chi piagnucola,
lui solo blatera e addita F
Osip Mandel’štam, L’opera in versi, a cura di Gario Zappi, Macerata, Giacometti & Antonello, 2018, p. 204.
La poesia, nella sua bellezza, rappresenta un monito contro il Male.
Certo è che le guerre, la crudeltà e il dolore, le dittature e i crimini, il Male possono essere narrati dalla cronaca e poi dalla storia, ma quando questi si fanno avvenimenti lontani, sfumati, distaccati, ecco che riemergono assunti dalla poesia e dall’arte, in quella vividezza e attualizzazione, come fossero presenti e in eterno. Quanti fatti vengono raccontati da Dante nella Commedia, alcuni anche dimenticati dalla grande storia, ma che si stagliano nelle parole del poeta con quella lucidità, intensità e bellezza capaci di parlarci con la forza del presente. Questo perché la poesia assume l’universalità dei sentimenti e delle storie umane. La loro sacralità.
Margherita Rimi



