Gio. Lug 16th, 2026

ECONOMIA IN SICILIA E IL PNRR in provincia di Agrigento

(di Giacomo Minio)— Presso la Sala dei Telamoni del Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo” di Agrigento, è stato presentato il rapporto “L’economia della Sicilia” della Banca d’Italia, uno degli appuntamenti annuali di maggiore rilievo per l’analisi dello stato di salute del sistema economico regionale e, in particolare, delle prospettive di sviluppo del territorio agrigentino. È un momento di elevato valore istituzionale e scientifico, nel quale la conoscenza e l’interpretazione dei dati economici costituiscono il presupposto imprescindibile per orientare le future strategie delle imprese e la programmazione degli enti territoriali.L’incontro ha visto la partecipazione di un parterre di assoluto prestigio. Dopo i saluti introduttivi del Direttore della Filiale di Agrigento della Banca d’Italia, dott. Filippo Barbera, e della Direttrice della Sede di Palermo, dott.ssa Milena Caldarella, sono intervenuti i dottori Rosario Guaia e Patrizia Passiglia della Divisione Analisi e Ricerca Economica Territoriale della Banca d’Italia, il professor Enzo Scannella, autorevole studioso di fama internazionale nel campo dell’intermediazione finanziaria, e il dott. Sergio Messina, componente del Consiglio di Sicindustria.Essere stato invitato, ancora una volta, a prendere parte ai lavori quale relatore, accanto a personalità di così elevato profilo e su invito della più autorevole istituzione economica del Paese, che opera con indipendenza e rigore scientifico, rappresenta per me motivo di sincero orgoglio e una significativa attestazione di stima professionale, che accolgo con gratitudine e con il profondo senso di responsabilità che essa comporta.Desidero pertanto rinnovare il mio più sentito ringraziamento alla dott.ssa Milena Caldarella, al dott. Filippo Barbera e al dott. Lo Nardo per la fiducia accordatami nel contribuire a un confronto di così elevato spessore culturale e istituzionale.Particolarmente qualificata anche la platea, alla presenza del Prefetto di Agrigento, dott. Salvatore Caccamo, del Prefetto di Caltanissetta, dott.ssa Chiara Armenia Messina, del Presidente del Tribunale di Agrigento, dott. Melisenda Giambertoni, del Procuratore della Repubblica, dott. Giovanni Di Leo, dei vertici provinciali delle Forze dell’Ordine, dei rappresentanti del sistema bancario, delle organizzazioni imprenditoriali e delle istituzioni locali. Una nota di particolare soddisfazione è stata la presenza degli studenti del mio corso di Istituzioni di Economia, ai quali è stata offerta l’opportunità di assistere, essendo del primo anno, ad un confronto di così alto profilo scientifico e istituzionale.Il mio intervento è stato dedicato all’analisi dello stato di attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in Sicilia e, in particolare, nella provincia di Agrigento. L’esame dei dati ha restituito un quadro caratterizzato da luci e ombre: risultati di indubbio rilievo si affiancano a criticità che non possono essere sottovalutate. Se, da un lato, le risorse assegnate al territorio rappresentano un’occasione senza precedenti, dall’altro permangono ritardi nella capacità di programmazione, progettazione e realizzazione degli interventi. Ancora una volta emerge come il limite principale non sia rappresentato dalla disponibilità delle risorse finanziarie, bensì dalla capacità di tradurle in investimenti produttivi, infrastrutture efficienti, servizi di qualità e occasioni di sviluppo durevole.Le risorse pubbliche, di per sé, non generano sviluppo. È la qualità della governance, la competenza nella programmazione, la tempestività nell’attuazione e la trasparenza nella gestione a trasformare le risorse finanziarie in crescita economica, competitività e benessere collettivo. È su questa capacità che si misurerà il futuro del nostro territorio.

Il Piano ha raggiunto tutti e 43 i comuni, tuttavia 22 si sono fermati sotto i due milioni di contributi. Il nodo non sono le risorse, ma la capacità di programmare e le competenze professionali.

L’Italia resta la prima beneficiaria europea del PNRR, con una dotazione di 194,4 miliardi di euro e il 78,8% delle risorse già incassate da Bruxelles. Ma il vero termometro non è il numero di progetti conclusi — oltre il 60% a livello nazionale — bensì la quota di risorse effettivamente spese: appena il 18,4%. Le grandi opere, quelle che assorbono la maggior parte dei fondi, sono ancora in corso.

In questa cornice la Sicilia arranca. A fronte di una dotazione regionale di 12,7 miliardi, l’Isola ha completato solo il 12,6% delle risorse, ben sotto la media nazionale del 18,4. Molto impegnato, poco concluso.

La fotografia della provincia di Agrigento (marzo 2026) conferma il paradosso. Sono stati attivati 285,8 milioni di euro su 1.272 progetti, distribuiti su tutti i 43 comuni: nessuno escluso, sulla carta un successo di capillarità. I Comuni concentrano quasi il 70% delle risorse, la scuola (Missione 4) quasi la metà dei fondi. Eppure lo stato di avanzamento resta fermo al 36,6%: due progetti su tre sono ancora aperti.

È guardando dentro la provincia agrigentina che emerge la criticità più seria. In cima alla classifica ci sono Lampedusa e Linosa (44,4 milioni, trainati da una grande opera idrica), Agrigento (23,9), Favara (17,1) e Palma di Montechiaro (15,2): pochi comuni che hanno saputo intercettare interventi infrastrutturali di peso. All’estremo opposto, 22 Comuni hanno portato a casa cifre minime da 200.000 a 2 ml di euro. Si è persa l’ennesima occasione di consentire ai comuni un upgrade qualificante.

Eppure nel giugno 2023, in sede di Banca d’Italia, avevo presentato uno studio sul territorio, in cui lanciavo l’allarme che i Comuni non erano pronti per affrontare il Pnrr: dalle rilevazioni emergeva che il personale, complessivamente, presentava l’8,2% di laureati con una età media di 52 anni: chi poteva progettare, attuare, monitorare e rendicontare con queste competenze insufficienti?

Qui sta il punto politico. Con una programmazione più solida, basata su una visione di lungo termine, quegli stessi Comuni avrebbero potuto intanto attrezzarsi e successivamente  presentare progetti più ambiziosi e più numerosi, trattenendo sul territorio una quota ben maggiore di risorse visti i 12,7 miliardi disponibili. La distanza tra chi ha incassato decine di milioni e chi poche centinaia di migliaia di euro non dipende dalla dimensione demografica: dipende dalla capacità istituzionale.

Le ricadute per i cittadini seguono la stessa logica. L’occupazione attivata è stimata tra 2.100 e 3.000 unità di lavoro annue, ma concentrata per oltre il 60% su edilizia e terzo settore: lavoro prezioso, e però in gran parte a termine, legato alla durata dei cantieri. Restano beni concreti — scuole più sicure, gli interventi sul dissesto idrogeologico  ecc— ma solo a condizione che le opere vengano chiuse.

Due le priorità che andavano osservate in assoluto: rafforzare le capacità amministrative dei Comuni e semplificare le procedure per i grandi investimenti. Necessita personale qualificato, competenze tecniche e capacità di coinvolgimento istituzionale. Perché il freno del PNRR agrigentino, non sono i fondi che mancano ma la capacità di trasformarli in progetti veri.

Le risorse finanziarie non creano crescita, il loro corretto impiego, trasparente e concreto, si.

Prof Giacomo Minio –  docente a c. di economia applicata – Università degli Studi di Palermo–Dottore commercialista – Innovation Manager

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