(per politici politicanti in combutta permanente)—La scena è nota. Il profeta, seduto a oriente di Ninive, attende che il cielo si rovesci sulla città. Dio aveva minacciato la distruzione; Ninive si era convertita; Dio aveva avuto pietà. E Giona, invece di gioire, «ne provò grande dispiacere e ne fu sdegnato». È un’indignazione stupefacente: il profeta è furioso non perché il male abbia vinto, ma perché il bene si è compiuto. Avrebbe preferito morire piuttosto che vedere salvati centoventimila uomini che – dice il testo – «non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra».
Poi viene l’immagine che dà il nome a questa pagina. Il Signore fa crescere sul capo di Giona una pianta di ricino, per dargli ombra; e il profeta «provò una grande gioia per quel ricino». Ma un verme, all’alba, rode la pianta; il sole e il vento d’oriente colpiscono Giona, che di nuovo chiede di morire. E Dio gli rivolge la domanda che è il cuore di tutto: «Tu hai pietà di una pianta per cui non hai faticato, cresciuta in una notte e in una notte perita, e io non dovrei avere pietà di una città intera?»
Qui si nasconde una diagnosi antropologica di una precisione impietosa. Giona non è un uomo cattivo: è un uomo che ha anteposto il proprio interesse – la propria ombra, il proprio risentimento, la coerenza della propria profezia – al bene che andava fatto. Aveva persino tentato di non predicare, fuggendo a Tarsis. Proprio temendo che Dio perdonasse. La sua collera non difende la giustizia: difende un interesse personale e particolare, difende un albero. E per quell’albero sarebbe disposto a lasciar perire una moltitudine.
Rileggiamo il gesto con cui tutto comincia: Giona «uscì dalla città e sostò a oriente di essa. Si fece lì una capanna e vi si sedette dentro, all’ombra, in attesa di vedere ciò che sarebbe avvenuto». È la postura dello spettatore, di chi si apparta per assistere alla catastrofe altrui anziché entrare nella storia per cambiarla. Pascal, nei Pensieri, scriveva che «tutto il male degli uomini viene da una sola cosa, dal non saper restare tranquilli in una camera». Giona ha il difetto opposto e speculare: si chiude nella sua camera per non perdonare, fa della propria solitudine non un luogo di verità, ma una tribuna da cui pretendere il castigo del mondo. La capanna del risentimento è la prima trincea di ogni guerra.
A pensarci bene, non è niente di diverso da quel che tutti siamo ogni giorno, nelle piccole e nelle grandi circostanze della nostra esistenza individuale e collettiva. Sui migranti e su moltissimi altri temi che sollecitano la nostra quotidianità. Quante volte, per custodire un interesse particolare – un vantaggio, una rendita, un rancore, una posizione di forza – ci capita non solo di rinunciare al bene che potremmo compiere, ma anche di accanirci contro i fratelli che ci stanno vicini? E l’accanimento prende la forma della guerra: militare, economica, politica, sociale, ambientale, familiare.
La cronaca di questi mesi sembra scritta apposta per illustrare il paradosso di Giona. Non solo sulla questione dei migranti, dunque.
Guardiamo allo Stretto di Hormuz per esempio. Dopo mesi di conflitto fra Stati Uniti e Iran, a metà giugno è stato firmato un memorandum d’intesa che sospendeva le ostilità e riapriva il transito del petrolio. Eppure, a pochi giorni dalla firma, droni iraniani tornano a colpire navi mercantili, gli Stati Uniti rispondono con raid su obiettivi nei pressi dello Stretto, l’Iran attacca basi in Bahrein e Kuwait. La tregua – dicono gli osservatori – può sopravvivere anche alle sue continue violazioni, perché a entrambe le parti conviene mostrare i muscoli più che costruire la pace. Il traffico marittimo si è drasticamente ridotto, il prezzo del greggio è tornato a impennarsi e l’inflazione ha ripreso a correre ben oltre il teatro della guerra. Per la dimostrazione reciproca di forza – per l’ombra del ricino di ciascuno – si lascia che il mondo intero paghi il conto.
Già Tucidide, narrando il dialogo dei Melii, aveva fissato la legge non scritta della potenza: «il forte fa ciò che ha il potere di fare e il debole subisce ciò che deve subire». Venticinque secoli dopo, lo Stretto di Hormuz ne è la trascrizione contemporanea. L’interesse del più forte si traveste da necessità, e la necessità da destino.
Lo stesso accade sul fronte economico. La guerra commerciale fra Washington e Pechino è ormai una liturgia ciclica: dazi annunciati e rapidamente ritrattati, borse che crollano a ogni minaccia e rimbalzano a ogni smentita, una diplomazia da montagne russe in cui ogni messaggio muove miliardi. Il pretesto cambia – i semiconduttori, le terre rare, le tariffe portuali – ma la logica è una sola: piegare l’avversario per custodire il proprio primato. Nel frattempo, le filiere globali si frantumano, i prezzi salgono, e le prime vittime sono proprio le industrie e i lavoratori che avevano avvicinato le due economie. Nessuno vince davvero in una guerra commerciale. Ma nessuno è disposto a rinunciare per primo al proprio ricino.
E poi c’è la guerra ambientale. Alla COP30 di Belém, in piena Amazzonia, molti Paesi avevano chiesto una tabella di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili. Il documento finale non li nomina nemmeno. È bastato il veto degli Stati che dalla rendita fossile traggono la propria ricchezza per cancellare ogni impegno vincolante. Anche qui, ciascuno ha difeso il proprio albero: il barile, il giacimento, la quota di mercato. E ciascuno, difendendo la propria ombra, ha contribuito a seccare l’ombra di tutti. Quella di una casa comune che, a differenza del ricino di Giona, non rinascerà in una notte.
Che cosa hanno in comune queste tragedie? La stessa inversione di prospettiva che acceca Giona. L’interesse particolare viene assolutizzato fino a diventare il criterio ultimo; e tutto ciò che gli si oppone – fosse anche il bene, fosse anche la salvezza di centoventimila persone – viene vissuto come una minaccia da combattere. Si arriva al punto in cui il bene altrui ci ferisce e la sua rovina ci consola. È la malattia che René Girard (che, almeno una volta, è bello citare affrancandolo dall’ipoteca di Peter Thiel) avrebbe chiamato del «desiderio rivale»: non vogliamo soltanto il nostro bene; vogliamo che l’altro non l’abbia.
Ma c’è un secondo livello in quella frase, ed è forse il più vertiginoso. I centoventimila «che non sanno distinguere la destra dalla sinistra» non sono soltanto i disorientati: sono i semplici, i piccoli, gli inermi. Sono coloro che non hanno parte nelle decisioni, non siedono ai tavoli, non firmano i memorandum né impongono i dazi né pongono veti alle conferenze sul clima. E tuttavia sono i primi a essere travolti dal male. O, più spesso, dal bene mancato. Quando Giona pretende il castigo della città, non sta punendo solo i potenti di Ninive: sta facendo soffrire, senza vederli, i bambini, gli ignari, gli ultimi. La sua collera, come ogni collera, rende ciechi. La sua collera, come ogni collera, antepone il proprio albero alla città. La sua collera, come ogni collera, colpisce anzitutto gli innocenti.
È la legge oscura di ogni conflitto: chi lo decide quasi mai lo paga: spesso, anzi, ci guadagna. La mancata accoglienza dei più fragili genera ingiustizia e morte tra gli ultimi della terra; le navi ferme a Hormuz fanno salire il pane in mercati lontanissimi dalla guerra; i dazi pensati per piegare un avversario si scaricano sull’operaio e sul piccolo produttore; il clima negato a Belém si abbatte per primo sui poveri del Sud del mondo, che alle emissioni hanno contribuito in misura infima. I semplici di Ninive sono questo: innocenti che pagano il prezzo della superbia altrui, persone ridotte a numeri, a danno collaterale, a variabile di un calcolo che non li riguarda e che pure li schiaccia.
Ed è qui che la pietà di Dio rivela la sua logica mirabile. Dio non conta i centoventimila per misurare l’entità del castigo: li conta per prendersi cura di essi, uno ad uno, con amore e premura divini. Il loro stesso disorientamento – il non saper distinguere la destra dalla sinistra – diventa il titolo della loro salvezza, non della loro condanna. Così rovescia la logica dei potenti, per i quali l’ignaro è sacrificabile proprio perché ignaro, il piccolo trascurabile proprio perché piccolo. Innalza gli umili.
Dobbiamo ammettere, tristemente, di aver oramai perso questo sguardo sul bene. Siamo superficiali e distratti. L’egoismo prevale. Hannah Arendt, osservando Eichmann a Gerusalemme, scoprì che il male più devastante nasce da ciò che lei chiamò thoughtlessness: l’assenza di pensiero, l’incapacità di guardare il mondo dal punto di vista di un altro. Anche questa è una forma di disorientamento morale. Non più quello dei semplici, ma quello di chi amministra con diligenza la rovina senza interrogarsi. Il dramma del nostro tempo somma le due cose: moltitudini disorientate perché travolte ed élite disorientate perché incapaci di pensare le conseguenze delle proprie azioni. Tra l’innocenza degli uni e la cecità degli altri, il male trova la sua strada.
Ma il libro di Giona non si chiude con la collera dell’uomo. Si chiude con una domanda di Dio: «E io non dovrei avere pietà di Ninive?» Dio non distrugge Giona così come, invece, Giona vorrebbe distruggere Ninive; lo educa, lo interroga, lo invita a uscire dalla capanna, roccaforte del proprio risentimento, per guardare la città con gli occhi della misericordia. C’è un segreto, nascosto nella grammatica stessa di questa domanda. Quando Dio dice «Non dovrei avere pietà?», sta rivelando che la sua pietà precede. Precede il pentimento di Ninive, precede la conversione, precede persino il merito. Prima che i niniviti si convertissero, Dio già li amava. È la vertigine che sfugge a Giona. E che, purtroppo, troppo spesso sfugge anche a noi.

