(di Salvatore Parlagreco)—Le preferenze sono questione di vita o di morte, elettoralmente parlando. La vita politica o la morte politica. La loro reintroduzione fa tremare le vene ai polsi a quei parlamentari che hanno conquistato il seggio grazie al posto di prima fila nella lista di partito. Fra i beneficiati ci sono personaggi influenti. La reintroduzione delle preferenze finora è stata proposta dalla segretaria e dal Presidente del Pd, Schlein e Bonnaccini.
Il Generale Vannacci si è schierato a favore, per sfidare Fratelli d’Italia che “nicchia”. Curioso, un quarto di secolo fa, 1991, il populismo diede la sua prima spallata con il referendum. La proposta di abolire le preferenze arrivò dalla parte “sbagliata”, al di sopra di ogni sospetto: la destra DC, guidata da Mario Segni, figlio dell’ex presidente della Repubblica Antonio Segni, intellettuali liberali, con l’adesione del Pci di Achille Occhetto, promossero un referendum per abolire le preferenze sulla scheda elettorale.
Abolizione di fatto, invero, perché sarebbe rimasta in vita solo una preferenza. La motivazione? Le preferenze sono uno strumento corruttivo e clientelare. Una questione morale. I partiti sono nelle mani delle correnti, i capi corrente mettono in campo le cordate (quattro le preferenze autorizzate) e per i “cani sciolti”, gli indipendenti la partita è impari. Un equazione: le cordate sono figlie della preferenza e alimentano il correntismo, piaga della partitocrazia.
Anche il Pci, versione centralismo democratico, adottava questa pratica, tra l’altro con precisione matematica, degna di un alchimista, ma la questione morale non era affare loro. Bettino Craxi avversò il referendum, ma siamo in “area mani pulite”, e la questione morale è una profezia che si autoavvera. Una valanga che sale, per dirla con il Generale Cascino. Il suggerimento del segretario Psi – non andare a votare e fare mancare il quorum – non verrà accolto: vota il 65 per cento degli elettori, il quorum è raggiunto.
Il risultato lo conosciamo: gli elettori sono privati del diritto di scegliere i loro rappresentanti nelle due Camere: i segretari dei partiti, titolari del simbolo, compilano le liste dei candidati che vengono eletti nell’ordine loro assegnato. Deputati e senatori possono solo obbedire ai diktat dei capi, il Parlamento è spogliato della sua prerogativa essenziale, la libertà del mandato parlamentare.
Maggioranza stabile? No, sudditanza stabile.

