La giornata mondiale del rifugiato e’ stata ricordata a Marina di Palma Montechiaro con la proiezione di un cortometraggio e con un monologo da parte del bravo attore Rosario Bruna che ha impreziosito sul piano storico la lunga e travagliata vita delle persone costrette a lasciare la propria terra per il lavoro.
Monologo – Confini
Sapete qual è la cosa più strana dei confini? Che non esistono in natura.
Il mare non sa dove finisca un Paese. Il vento non chiede il passaporto. Gli uccelli migrano senza documenti. Eppure noi, esseri umani, abbiamo costruito linee invisibili capaci di decidere chi può vivere tranquillo… e chi deve giustificare persino il diritto di esistere.
Quando sentiamo la parola “immigrazione”, spesso smettiamo di vedere persone. Vediamo numeri. Statistiche. Sbarchi. Emergenze. “Quanti sono?”, “Da dove vengono?”, “Quanto costano?”.
Raramente ci chiediamo: “Che cosa hanno lasciato dietro di sé?”, “Che paura hanno attraversato?”, “Che sogni avevano prima che il mondo li chiamasse clandestini?”. Perché nessuno nasce immigrato. Prima si nasce figli.Madri. Padri. Persone.
Poi un giorno succede qualcosa. La guerra arriva vicino a casa tua. Il lavoro sparisce. La fame entra in cucina. Oppure semplicemente capisci che restare significa morire lentamente. E allora parti. Parti lasciando la tua lingua appesa ai muri di casa. Parti sapendo che forse non rivedrai più tua madre. Parti con una valigia troppo piccola per contenere una vita intera.
E sapete una cosa? Nessuno affronta il mare per capriccio. Nessuno mette un bambino su un gommone perché ama il rischio. Lo fai solo quando l’abisso davanti a te ti fa meno paura dell’inferno che hai alle spalle.
Ma noi spesso guardiamo queste persone come se fossero un problema da gestire. Un fastidio. Un’invasione. “Invasione”: una parola enorme, fredda, disumana. Eppure la storia dell’umanità è una storia di migrazioni. I nostri bisnonni emigravano. Andavano in America, in Germania, in Belgio. Venivano chiamati sporchi, ignoranti, ladri di lavoro. Esattamente come oggi molti di noi chiamano chi arriva qui. La memoria è corta quando la paura è comoda.
Perché il problema non è solo l’immigrazione. Il problema è la paura del diverso. Ci spaventa chi parla un’altra lingua, chi prega in modo diverso, chi ha un colore della pelle diverso dal nostro. Perché ci obbliga a fare una domanda difficile: “Chi siamo noi, senza le nostre abitudini?”.
E allora costruiamo muri. Non solo di cemento. Muri fatti di sospetto. Pregiudizio. Silenzio. Ma i muri hanno un difetto: non fermano soltanto chi è fuori. Imprigionano anche chi sta dentro.
Integrazione non significa cancellare le differenze. Non significa chiedere a qualcuno di smettere di essere sé stesso per meritare rispetto. Integrare significa creare uno spazio dove identità diverse possano convivere senza paura. Perché una società forte non è quella dove tutti sono uguali. È quella in cui nessuno deve nascondersi per essere accettato.
E invece quante volte sentiamo frasi come: “Prima gli italiani”, “Devono adattarsi”, “Ci rubano il lavoro”. Ma davvero pensiamo che il problema del mondo sia l’uomo che raccoglie pomodori sotto il sole? Davvero crediamo che la nostra sicurezza dipenda da chi fugge da una guerra? È più facile accusare chi è fragile che guardare le vere ingiustizie. Perché un immigrato povero fa meno paura di un sistema ingiusto.
E allora succede qualcosa di terribile: le persone diventano etichette. Extracomunitario. Straniero. Clandestino. Mai nome. Mai storia. Mai un volto. Eppure dietro ogni volto c’è un universo. C’è il ragazzo che studia di notte dopo dodici ore di lavoro. La donna che manda soldi a casa e non compra nulla per sé. Il bambino che a scuola traduce per i genitori perché impara la lingua più velocemente. Ci sono sacrifici che non vediamo. E ci sono umiliazioni quotidiane che molti ignorano. Sentirsi osservati in un negozio. Mandare curriculum e non ricevere risposta per il proprio cognome. Sentirsi dire: “Tu non sembri straniero”, come se fosse un complimento. L’integrazione vera nasce quando smettiamo di tollerare e iniziamo a conoscere. Perché tollerare significa sopportare. Conoscere, invece, significa riconoscere.
(Pausa profonda)
Riconoscere che quel ragazzo seduto in fondo al bus ha gli stessi occhi di tuo figlio quando ha paura. Riconoscere che quella donna che pulisce le scale all’alba ha le mani segnate dalla stessa fatica di nostra nonna. Riconoscere che il dolore non ha colore. Che le lacrime sono salate allo stesso modo, che sgorghino a Palma, piuttosto che a Kiev, piuttosto che in palestina.
Sapete cos’è sbagliamo? È che pensiamo sempre che “gli altri” siano fatti di una materia diversa. Invece, se ci togliamo di dosso i vestiti, i documenti e le sicurezze, restiamo tutti creature nude, spaventate e terribilmente bisognose di un posto da chiamare casa. E la casa non è un pezzo di terra recintato. La casa è il luogo dove non devi spiegare perché esisti.
Mi chiedo spesso cosa racconteremo ai nostri nipoti tra cinquant’anni. Quando chiederanno di questo tempo. Di questo mare che è diventato un cimitero senza lapidi. Abbasseranno lo sguardo? Diranno che “non sapevamo”? O diranno che eravamo troppo impegnati a difendere il nostro benessere per accorgerci che stavamo perdendo la nostra umanità?
L’integrazione non è un atto di carità. È un atto di coraggio. È il coraggio di dire: “Io non ti capisco ancora, ma ti vedo. Ti ascolto. Ti faccio spazio”. Perché la verità è che siamo tutti sulla stessa zattera, in mezzo allo stesso mare. E nessuno si salva da solo se si rema uno in direzione opposta dell’altro.
Guardatevi intorno. I confini sono solo cicatrici sulla pelle della Terra. Ma noi possiamo essere la cura. Possiamo decidere che un nome vale più di un numero. Che un abbraccio è più forte di un filo spinato.
Perché alla fine, quando il sole cala e il freddo della notte arriva per tutti, non importa quale lingua parli o in quale Dio preghi. Siamo solo esseri umani che cercano un raggio di luce prima che faccia buio. Siamo tutti stranieri in cerca di una casa.
Siamo tutti, indistintamente, figli dello stesso vento.
E il vento… il vento non ha mai chiesto a nessuno il permesso per attraversare il mondo.
Ci hanno chiamati polvere, ci hanno chiamati tempesta, ci hanno costretti a spostarci da un angolo all’altro della Terra, sperando di disperderci. Ma non hanno capito che il vento non si può recintare. E noi, a forza di essere vento, imparammo a volare!!!(Rosario Bruna)




