(in scena il 18 giugno)—Uno spettacolo che richiama il cuore della spiritualità agostiniana attraverso il dialogo tra Agostino e Monica. Il testo si ispira al celebre episodio del dialogo tra Sant’Agostino e sua madre Monica, narrato nelle Confessioni, uno dei momenti più alti della spiritualità occidentale. In quella conversazione, sospesa tra cielo e terra, si apre uno spazio di contemplazione in cui l’anima si eleva e intravede il mistero di Dio. In scena Silvia Budri e Gilberto Colla, interpreti di un testo che unisce parola, silenzio e tensione spirituale, nel solco della produzione di Vincenzo Arnone, sacerdote-scrittore di Favara e autore di numerose opere teatrali, tra cui Savonarola, L’ultimo viaggio di Leonardo, La figlia del vento e Salire alla Verna. Attualmente Rettore della Chiesa di San Giovanni Battista all’Autostrada (Firenze Nord), Arnone affianca alla scrittura teatrale una significativa attività letteraria e pastorale.
Silvia Budri, attrice fiorentina, ha interpretato ruoli del repertorio classico greco e latino, oltre a lavorare nel cinema e nel doppiaggio. Recentemente è stata protagonista del film Cento Cuori, diretto da Paolo Damosso. Gilberto Colla, attore attivo dal 1983, è Presidente dell’Associazione culturale Plantago e voce del Realismo Terminale, movimento poetico fondato da Guido Oldani.
LE PAROLE DI ARNONE PER MONICA E AGOSTINO
(di MARCO BECK su AVVENIRE)—Una conversazione di ineffabile dolcezza, quella intrecciata tra una madre di nome Monica e un figlio di nome Agostino in una sera d’agosto del 387: conloquebamur ergo soli valde dulciter. Teatro di un così intimo colloquio è un’abitazione di Ostia Tiberina dove questi due straordinari personaggi alloggiano in attesa di imbarcarsi per ritornare in Africa. Il cor inquietum dell’inesausto cercatore della Verità si è infine pacificato grazie al battesimo ricevuto a Milano nella notte di Pasqua, insieme al figlio Adeodato, dalle mani del suo impareggiabile “catechista”, il vescovo Ambrogio. Il lungo, tormentato iter della conversione, maturata nel “ritiro spirituale” di Cassiciaco, è giunto a compimento. Lasciata la cattedra milanese di retorica, Agostino si sente sospinto dal vento dello Spirito ad abbracciare toto
corde l’opzione religiosa. E quella soave conversazione, in una postura di incantevole
naturalezza, appoggiati entrambi a una finestra prospiciente il giardino della
loro domus, finisce con l’elevarsi a una contemplatio di ampiezza cosmica, a
un’esperienza mistica misteriosamente condivisa nel pregustare la beatitudine
dell’eternità divina. In fondo a quel calice colmo di nettare celestiale, però, le labbra
del convertito incontreranno gocce di un liquido amaro: la malattia inesorabile
e il repentino decesso della madre. Su questo tema sfidante, su questo snodo
cruciale della vita di sant’Agostino, epilogo del nono libro delle Confessioni,
don Vincenzo Arnone ha esercitato il suo talento di drammaturgo. L’atto unico Il
sogno di Ostia mette in scena quei due ispirati interlocutori, innestando sulla
trama agostiniana alcune inedite intuizioni. Siciliano di nascita, toscano di adozione,
il dinamico sacerdote, oggi rettore della chiesa di San Giovanni Battista
all’Autostrada, ha dato impulso alle attività culturali della Diocesi di Firenze, sia
con la sua stessa produzione letteraria, sia con l’organizzazione di importanti
convegni. Saggista, narratore e poeta, Arnone è autore anche di copioni incentrati
su figure dominanti: la Vergine Maria,Pirandello, Leonardo, Michelangelo,
san Francesco d’Assisi. La Compagnia teatrale “La Tenda” si accinge
ora a rappresentare Il sogno di Ostia in Lombardia: domani a Milano, ore 19,
nella Sala Falck della Fondazione Ambrosianeum, in via delle Ore 3; quindi a
Rho il 19 giugno, ore 21, presso il Centro Congressi Mantovani Furioli, in corso
Europa 230. I due protagonisti saranno impersonati dagli attori Silvia Budri e Gilberto Colla. Secondo la cronologia delle Confessioni, tra la conversazione ostiense
e l’insorgere della malattia che stroncò rapidamente Monica trascorse un intervallo di qualche giorno. Con una compressione del ritmo scenico funzionale alla compattezza dell’atto unico, Arnone arriva quasi ad annullare la distanza tra i due eventi. La voce della madre conversante si fa di colpo affannosa, flebile, sino a precipitare nel silenzio della morte. Un silenzio che pone termine alla rievocazione
del tempo perduto nelle dissipazioni giovanili di Agostino a Tagaste
e nel vano prodigarsi di Monica per il ravvedimento del figlio, fuggito di nascosto
da lei a Roma, ma da lei poi raggiunto a Milano e a Cassiciaco, privato suo malgrado
dell’amata concubina e guidato fino al traguardo della metanoia. In poche
dense battute Il sogno di Ostia si configura dunque come un compendio
dell’intera materia autobiografica riversata nelle Confessioni. Nella seconda sezione
della pièce il dialogo del figlio con la madre muta registro. Si proietta in una
dimensione metafisica, nella fisionomia di una preghiera duale al cospetto di un
terzo invisibile Personaggio: quel Dio che Agostino canterà da teologo e vescovo.

