(di Giuseppe Di Rosa)—A distanza di una settimana esatta dalla nota con la quale annunciavo il ritiro del mio personale appoggio alla candidatura di Dino Alonge, sento il dovere di rivolgermi nuovamente agli agrigentini.
In questi sette giorni ho mantenuto il silenzio.
Un silenzio totale.
Non ho scritto sui social, non ho replicato alle provocazioni, non ho risposto agli attacchi, non ho alimentato polemiche. Ho lasciato che fossero i fatti a parlare.
Eppure, proprio durante questa settimana, ho assistito all’ennesima dimostrazione del veleno che ormai permea una parte della vita pubblica cittadina.
Per questo motivo annuncio che venerdì prossimo, dopo il voto, tornerò a parlare pubblicamente e racconterò tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere.
Lo farò come ho sempre fatto: mettendoci la faccia, assumendomi ogni responsabilità e raccontando esclusivamente la verità.
Perché mentre io sceglievo il silenzio, altri hanno continuato ad alimentare odio, falsità e campagne di delegittimazione personale.
Non sono stato io ad avvelenare il clima.
Non lo sto facendo oggi.
Non l’ho fatto in questa settimana.
Anzi, il mio silenzio sui social non è mai stato interrotto.
Eppure continuano a raccontare agli agrigentini fatti falsi, versioni false e ricostruzioni che nulla hanno a che vedere con la realtà.
Fa sorridere, se non fosse tragico, vedere come coloro che alla loro prima uscita ufficiale promettevano una campagna elettorale “gentile” siano stati gli stessi che, già in quella stessa giornata, attaccavano pesantemente la mia persona e il giornale di cui sono editore.
Oggi, alla luce dei fatti, il metodo è rimasto esattamente lo stesso.
Si continua ad utilizzare la macchina del fango.
Si continua ad utilizzare i social come arma politica.
Si continua ad assistere alla comparsa sistematica di troll, profili anonimi e soggetti che nulla hanno a che vedere con Agrigento.
Persone provenienti da fuori città, fuori provincia, fuori regione e perfino da contesti completamente estranei alla nostra realtà che intervengono con modalità identiche e coordinate.
Un sistema che ricorda molto da vicino quelle tecniche di comunicazione aggressiva che negli anni hanno caratterizzato alcune esperienze politiche nazionali e che venivano utilizzate non per confrontarsi sulle idee ma per screditare, isolare e distruggere l’avversario.
La cosa più grave è che tutto questo continua a colpire chi negli ultimi quindici anni ha combattuto in prima linea contro il malaffare, denunciando vicende che oggi molti fingono di avere scoperto soltanto adesso.
Chi oggi si erge a paladino della giustizia, della trasparenza e della legalità dovrebbe forse spiegare dove fosse in questi anni mentre altri combattevano battaglie difficili, spesso in totale solitudine.
Perché mentre qualcuno costruiva la propria carriera politica, acquistava azioni di multinazionali e girava il mondo, c’era chi rimaneva qui a studiare carte, presentare esposti, denunciare sprechi, combattere contro i poteri forti locali, subire querele, intimidazioni, attacchi mediatici e campagne diffamatorie.
La differenza è tutta qui.
Io non ho bisogno di costruirmi una storia.
La mia storia è già scritta.
È scritta nelle denunce, nelle battaglie, nei dossier, nelle inchieste e nelle attività che per anni hanno contribuito a costruire quel dissenso che oggi qualcuno tenta di utilizzare come patrimonio proprio.
Ma c’è un aspetto ancora più grave che emerge da questa campagna elettorale.
Si sta cercando di dividere Agrigento.
Di dividerla socialmente, economicamente e culturalmente.
Si sta affermando una visione della città che rischia di creare cittadini di serie A e cittadini di serie B, persone considerate meritevoli e persone considerate semplicemente un costo.
Una città nella quale chi possiede già risorse economiche, relazioni e opportunità sarà sempre più forte, mentre chi vive nei quartieri popolari, chi cerca lavoro, chi attende servizi efficienti e chi spera in un futuro migliore rischia di rimanere indietro.
Io non ho mai creduto in questa idea di Agrigento.
La mia Agrigento è quella delle pari opportunità.
È quella nella quale il figlio di una famiglia operaia deve avere le stesse possibilità del figlio di una famiglia benestante.
È quella nella quale il patrimonio pubblico deve produrre benefici per tutti e non opportunità per pochi.
E proprio per questo ritengo gravissimo che durante l’intera campagna elettorale sia stato completamente ignorato il tema più importante di tutti: il lavoro.
Nessuno ha voluto parlare seriamente di occupazione.
Nessuno ha voluto affrontare il tema delle migliaia di giovani che continuano ad andare via da Agrigento.
Nessuno ha voluto discutere di come creare nuova economia e nuove opportunità attraverso il patrimonio comunale.
Eppure il nostro progetto amministrativo parlava chiaramente di oltre 200 posti di lavoro che potevano essere creati attraverso la valorizzazione diretta dei beni comunali e del patrimonio pubblico oggi inutilizzato o sottoutilizzato.
Duecento posti di lavoro.
Duecento famiglie che avrebbero potuto guardare al futuro con maggiore serenità.
Duecento opportunità concrete per una città che continua a perdere i propri figli migliori.
Su questo tema è calato un silenzio assordante.
Mentre i giovani emigrano.
Mentre le attività economiche chiudono.
Mentre le famiglie fanno sempre più fatica.
Il dibattito politico continua a ruotare attorno alle esternalizzazioni.
Si continua a parlare di affidare all’esterno.
Si continua a parlare di cedere.
Si continua a parlare di rinunciare.
Ma non si parla di creare lavoro.
Non si parla di come trasformare il Comune in un motore di sviluppo economico.
Non si parla di come utilizzare il patrimonio pubblico per generare reddito, occupazione e servizi.
Eppure una città che perde giovani, imprese e professionalità non può essere salvata semplicemente cambiando il gestore di un bene o di un servizio.
Agrigento non ha bisogno di nuove esternalizzazioni.
Agrigento ha bisogno di una visione.
Ha bisogno di un’amministrazione capace di valorizzare il patrimonio comunale e trasformare ciò che oggi rappresenta un costo in una risorsa produttiva per il Comune e per i cittadini.
Ha bisogno di un programma che faccia incassare il Comune attraverso la gestione efficiente e trasparente dei propri beni patrimoniali.
Ha bisogno di creare ricchezza pubblica.
Perché la vera sfida non è amministrare la povertà.
La vera sfida è creare sviluppo.
La vera sfida è creare lavoro.
La vera sfida è dare un futuro ai giovani agrigentini.
Desidero inoltre precisare che domenica mi recherò regolarmente al voto, come ritengo debba fare ogni cittadino che abbia a cuore il futuro della propria comunità.
Il voto è un diritto conquistato con sacrificio e rimane uno degli strumenti più importanti della democrazia.
Ma una cosa oggi mi appare chiara più che mai.
Una città così avvelenata, ridotta a terreno di scontro permanente proprio da chi dichiarava di volerla pacificare, non potrà mai uscire dal baratro se continuerà a percorrere le stesse strade che l’hanno condotta fino a questo punto.
Venerdì prossimo tornerò a parlare.
E racconterò agli agrigentini tutto ciò che ritengo debbano sapere.
Senza odio.
Senza rancore.
Ma senza più alcuna intenzione di tacere.
Giuseppe Di Rosa – Candidato Sindaco di Agrigento

