IL DIRETTORE DEL GIORNALE DI SICILIA, CON UN EDITORIALE SURREALE CI ATTACCA IN PRIMA PAGINA, PUBBLICHERÀ QUESTA LETTERA?. INIZIAMO A DARE FASTIDIO DAVVERO++
Caro direttore Marco Romano, eccomi.
Sono io il “guascone”.
Confesso che leggere sulla prima pagine del Giornale di Sicilia l’espressione “neocrociati dell’antimafia un po’ guascona” riferita alla mobilitazione civile di Mondello mi ha colpito profondamente.
Non per la critica – che in democrazia è sacrosanta – ma per il peso e il significato delle parole.
Perché “guascone” non si può definire di certo un termine neutro. E lei sa bene che nel lessico italiano può indicare il fanfarone, lo spaccone o colui che ostenta coraggio in maniera teatrale, enfatica, quasi fosse una caricatura.
E mi creda, sono dell’idea che avrebbe potuto utilizzare nel suo editoriale, tanti altri aggettivi più appropriati e meno offensivi per tutti noi che eravamo in spiaggia. Ma nel giornale che guida ha scelto di usare proprio quello.
E allora sì, direttore: quella definizione è grave.
Perché non colpisce soltanto me.
Colpisce tutte le persone che erano lì quella notte. Perché sa non ero solo, ma li con me c’erano quelli che lei ha definitivo “neocrociati dell’antimafia” come Sonia Alfano cui la mafia ha ucciso il padre, i consiglieri comunali Giulia Argiroffi e Ugo Forello che da anni fanno lotte antimafia, Matteo Hallissey, Dino Giarrusso e infine io che per quella vicenda sono costretto a vivere sotto scorta. C’erano SOPRATTUTTO tutti quei cittadini liberi che credono in una Palermo migliore e senza apatia. Ecco, ridurre tutto questo a una “antimafia un po’ guascona” significa trasformare una mobilitazione popolare in una macchietta.
A un certo punto del suo editoriale lei scrive:
“Il pericolo assuefazione è grande. Il morbo dell’apatia rischia di dilagare. A Mondello i neocrociati dell’antimafia un po’ guascona bivaccano in spiaggia a favore di telecamere per proteggerla da non è chiarissimo ancora quale pericoloso bubbone (ce lo diranno i giudici amministrativi, vivaddio).”
Ecco, è proprio questo il passaggio che considero più ingiusto.
Perché il rischio è quello di minimizzare fatti che invece sono enormemente seri.
Non stiamo parlando di suggestioni o paranoie collettive.
Parliamo di una interdittiva antimafia nei confronti della GM Edil.
Parliamo di atti ufficiali nei quali emergono ben 22 nomi riconducibili a rapporti parentali con esponenti mafiosi di primissimo livello della mafia palermitana.
E allora no, Direttore:
non si tratta di un “bubbone” indefinito.
Si tratta di elementi pesantissimi che una società civile sana ha il dovere di discutere pubblicamente, senza attendere che tutto venga metabolizzato nell’indifferenza generale.
Lei scrive che “bivaccavamo in spiaggia a favore di telecamere”.
Le rispondo con sincerità: sì, le telecamere c’erano. E meno male anche perché proprio il suo giornale non c’era.E le dico anche che troppo spesso in Sicilia il silenzio è stato il miglior alleato dell’indifferenza. Che poi è anche la stessa che ha avuto nei confronti della borgata di Mondello per settimane il suo giornale ha ignorato, salvo poi intervenire dopo che il caso Mondello è esploso sulle pagine di Repubblica e nel dibattito nazionale.
Anche questo dovrebbe far riflettere.
Perché chi oggi ironizza sulla protesta civile, ieri aveva avuto, forse una svista.
Inoltre, nessuno di noi si è sostituito ai giudici amministrativi. Faranno il loro lavoro, come è giusto che sia. Ma una comunità ha il diritto – anzi il dovere – di mobilitarsi. E questo cozza accanto al suo “morbo dell’apatia” perché è esattamente contro quell’apatia che siamo scesi in spiaggia.
Il vero pericolo non è una notte passata sotto un gazebo. Il vero pericolo è una Sicilia che smette di indignarsi. Che considera folkloristico chi si espone e che derubrica ogni mobilitazione a ricerca di visibilità. Mi permetto di dirle che è ancora più grave se a farlo è chi ha gli strumenti per comunicare alla masse e lei, direttore Romano, li ha.
Io continuerò a credere che la partecipazione civile non debba chiedere il permesso a nessuno. Nemmeno ai commentatori.
Per concludere, gentile direttore, voglio anche darle ragione perché se amare Palermo e se difendere Mondello, usando il proprio corpo e la propria presenza per accendere attenzione pubblica, significa essere “guasconi”, allora mi assumo fino in fondo (e sono convinto di poter parlare a nome di tutti quelli che erano presenti) questa definizione.
Con una differenza, però i “guasconi” cercano applausi. Noi cercavamo di difendere la spiaggia dei palermitani, assieme ai palermitani.
Ismaele La Vardera, il guascone.

