Il Vademecum di Don Angelo Chillura, Direttore della Biblioteca Lucchesiana di Agrigento.
A fine maggio si vota ad Agrigento e in molti comuni della provincia. Non è un appuntamento qualunque. È il momento in cui ogni cittadino è chiamato a rispondere a una domanda semplice e seria: per chi, e perché?
La domanda più onesta che molti si pongono in questi giorni è: “Ma per chi votare, se non mi convince nessuno?”. È una domanda seria, e merita una risposta seria. Quattro criteri concreti, semplici, alla portata di chiunque.
Primo. Guardare la storia, non i programmi. I programmi elettorali si scrivono in poche ore e si dimenticano in pochi giorni. La storia di una persona – quello che ha fatto, come si è comportato, chi ha frequentato – non si cancella. Chi è stato serio prima del voto, lo sarà anche dopo. Chi non lo è stato, non lo diventerà ora.
Secondo. Guardare le compagnie. Una persona si conosce dalle persone con cui sceglie di stare. Una lista non è solo un nome in cima: è tutta una squadra. Chi ci sta dentro? Cosa rappresentano? Da dove arrivano i loro voti?
Terzo. Guardare se sa dire un no costoso. Chi non ha mai detto di no – al proprio gruppo, al proprio capo, al proprio favoreggiatore – non saprà dire di no nemmeno ai poteri forti. La libertà di un politico si misura nei “no” che ha avuto il coraggio di pagare. Quarto. Guardare se conosce davvero il territorio. Agrigento, Sciacca, Licata, Canicattì, Favara, Porto Empedocle, Ribera hanno problemi precisi: l’acqua, il dissesto, lo spopolamento, il lavoro dei giovani, la sanità, lestrade, i rifiuti. Chi parla solo di slogan e mai di queste cose, non conosce ciò che vuole governare. E chi non conosce, non potrà servire.
L’astensionismo premia le minoranze
Da anni in Sicilia, e in Italia, cresce la stanchezza verso la politica. Sempre più persone non vanno a votare. Non per cattiva volontà, ma per delusione. Le promesse tradite, gli scandali, l’impressione che chiunque vinca non cambi nulla, hanno spinto molti a tirarsi indietro. Ed è qui il problema. Quando i cittadini onesti si ritirano, il potere non rimane vacante: passa nelle mani di chi è già organizzato. Bastano poche migliaia di voti – talvolta poche centinaia, in un comune piccolo – per portare a casa un Consiglio comunale o un seggio. E quei voti, troppo spesso, non nascono da una libera valutazione, ma da reti di appartenenza, scambi, clientele, pressioni. Il risultato è davanti agli occhi: una minoranza decide per la maggioranza. E la maggioranza, restando a casa, rende possibile proprio ciò che dichiara di non sopportare.
Il consenso vero e quello comprato
In democrazia chi governa deve avere il consenso. Ma non ogni consenso vale la stessa cosa. C’è il consenso che nasce dal convincimento – “questa persona è capace, è seria, mi ha convinto” – ed è la linfa della libertà. E c’è il consenso costruito su scambi, favori, clientele, paure: quello non è libertà, è dipendenza camuffata da voto. Ognuno di noi sa, in coscienza, di che tipo è il proprio voto. Ognuno di noi sa, quando entra nella cabina elettorale, se quella matita la sta muovendo lui o se la sta muovendo qualcun altro al posto suo.
Cosa significa davvero “fare politica”

