Sab. Apr 11th, 2026

JOE KENT NON È “DEBOLE”: È UNO DEI POCHI AD AVER DETTO LA VERITÀ SULL’IRAN

(di Antonio Evangelista)—Quando Donald Trump liquida Joe Kent come un “debole” e lascia intendere che le sue dimissioni siano state un bene, il paradosso è insopportabile.

Kent non è un commentatore da talk show, né un imboscato da salotto. È un veterano delle forze speciali, ha servito in guerra ed è anche un Gold Star husband: sua moglie Shannon Kent, militare della U.S. Navy, fu uccisa in Siria nel 2019 in un attentato suicida dell’ISIS.

Le sue dimissioni da direttore del National Counterterrorism Center non sono arrivate per stanchezza, opportunismo o calcolo, ma per una frattura politica e morale: Kent ha scritto apertamente che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente e che gli Stati Uniti sono entrati in guerra sotto la pressione di Israele e della sua lobby americana. Reuters e AP riferiscono proprio questo come il cuore della rottura.

Inoltre durante un’intervista con Tucker Carlson ha affermato che l’Iran non era vicino alla creazione di  una bomba nucleare né prima dell’inizio della campagna attuale né prima degli attacchi del giugno 2025 ricordando che nel paese persiano esiste una fatua di Kahamenei che impedisce il possesso e la creazione di armi atomiche.

E qui sta il punto.

A dare del “debole” a Kent è un presidente che non ha servito in Vietnam, avendo ottenuto cinque rinvii alla leva.

Il contrasto simbolico è devastante: da una parte un uomo che ha pagato la guerra con la propria vita familiare e con anni di servizio, dall’altra un leader politico che usa la retorica della forza senza averne mai sopportato il peso reale sul campo.

La contraddizione non finisce qui.

Trump ha giustificato l’escalation contro l’Iran evocando la minaccia, ma Reuters ha riferito che persino dopo l’inizio delle ostilità vi erano forti discrepanze tra la narrativa pubblica della Casa Bianca e le valutazioni dell’intelligence. Fonti interne parlavano di avvertimenti su possibili ritorsioni regionali, mentre parlamentari democratici — dopo briefing riservati — hanno dichiarato di non aver ricevuto elementi tali da indicare una minaccia imminente. Anche un’allerta FBI su possibili ritorsioni iraniane sul suolo americano, rilanciata pubblicamente, è stata poi descritta dalla Casa Bianca come basata su una singola segnalazione non verificata.

In altre parole: la retorica dell’emergenza assoluta non coincideva in modo limpido con ciò che emergeva dai canali informativi istituzionali.

Joe Kent, dunque, non appare come il debole della storia. Appare come uno dei pochi che, dall’interno, ha tracciato una linea: non si può mandare altra gente a morire sulla base di una rappresentazione politica forzata del pericolo.

Ho lavorato come investigatore internazionale in Giordania, Bosnia e Kosovo e ho collaborato con militari statunitensi frustrati dalla propria classe dirigente. So bene quanto sia enorme la distanza tra chi decide e chi paga.

Li chiamano — lontano dai microfoni — white slave; schiavi bianchi. Un’espressione brutale, ma rivelatrice. Non eroi celebrati, ma personale sacrificabile; carne da cannone. Mobilitati in nome di principi spesso mobili, opachi, strumentali.

Il secondo grande nodo è Israele.

Benjamin Netanyahu è oggi gravato da un mandato di arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Il governo USA ha rigettato quella decisione, ma il fatto giuridico internazionale resta.

Sul 7 ottobre, il quadro emerso dalle inchieste ufficiali e dai resoconti Reuters è pesantissimo: sia lo Shin Bet sia l’esercito israeliano hanno ammesso gravi fallimenti di intelligence e preparazione. I comandi non percepirono una minaccia urgente e non rinforzarono adeguatamente il confine, anzi.

Israele ignorò o sottovalutò segnali d’allarme. Il sistema politico-militare fallì nel proteggere i civili.

Ed è qui che l’ipocrisia esplode.

I leader che hanno mancato di leggere, prevenire o contenere tragedie storiche sono gli stessi che si arrogano il diritto di bollare come “debole” un uomo che ha perso la moglie in guerra e che, davanti a un nuovo conflitto, ha detto: fermatevi!

Il lessico della forza viene così usato non contro l’imprudenza dei governi, ma contro chi rifiuta di trasformare la prudenza in vigliaccheria e la menzogna in dovere.

A rendere il quadro ancora più cupo c’è la continuità storica.

Il generale USA Wesley Clark raccontò pubblicamente che dopo l’11 settembre gli fu riferito al Pentagono un piano per colpire sette Paesi in cinque anni. Non è prova definitiva di una strategia formalizzata in ogni dettaglio. Ma è diventata una chiave di lettura potente, perché molte di quelle tappe, in forme diverse, si sono realizzate.

E quando oggi si arriva all’Iran, molti non vedono un’eccezione ma osservano una traiettoria.

Le ragioni dell’attacco all’Iran non stanno solo nella sicurezza immediata.

Stanno nella convergenza di interessi:

​•​strategici israeliani 

​•​energetici 

​•​di deterrenza regionale 

​•​di supremazia statunitense in erosione. 

Quando il conflitto tocca lo Stretto di Hormuz e l’architettura energetica globale, la spiegazione non può essere ridotta alla “minaccia imminente”. 

È geopolitica, potere, controllo.

Dentro questa cornice, Joe Kent diventa una figura scomoda perché rompe la sceneggiatura.

Se un uomo della destra securitaria americana, con il suo retroterra militare e il suo costo personale, afferma che l’Iran non era una minaccia immediata, allora il problema non è la sua debolezza, è che la sua voce incrina il dispositivo retorico su cui si fondano troppe guerre.

La vera debolezza non è quella di chi rifiuta una guerra mal giustificata.

La vera debolezza è di classi dirigenti che:

​•​chiedono sacrifici infiniti 

​•​non tollerano il dissenso 

​•​trasformano la propaganda in necessità. 

Joe Kent non è apparso debole, è intollerabile per il potere.

E qui si apre il punto più scomodo.

Non riguarda solo Trump, o Netanyahu, o Kent, riguarda anche chi continua a seguirli.

Riguarda chi non prende le distanze.
Chi non vede — o non vuole vedere — che siamo su una traiettoria pericolosa.

Perché l’Iran non è il Venezuela.
Perché Giorgia Meloni non è Cavour.
E Keir Starmer non è Churchill.

E soprattutto: la storia non perdona chi scambia l’obbedienza per lucidità.

Per anni sociologi e storici si sono chiesti come sia stato possibile che un intero popolo seguisse Adolf Hitler nella sua follia.

La risposta non è mai stata davvero accettata.

Non è il carisma, non è la paura e non è l’ideologia. È qualcosa di più semplice e più pericoloso: la rinuncia a vedere, il non capire, il conformismo.

E oggi quel meccanismo è di nuovo davanti a noi.

Un leader che non ascolta e un cerchio magico incapace di contraddirlo. Alleati che non osano fermarlo.

E un’opinione pubblica che, pezzo dopo pezzo, viene trascinata verso un conflitto più grande di quanto voglia ammettere.

Il re è nudo e non è nemmeno lucido. Ma il problema non è lui il problema è chi continua a seguirlo mentre cammina verso il burrone.

Perché la storia insegna una cosa sola: le guerre più grandi non iniziano quando qualcuno decide di farle, iniziano quando troppi smettono di opporsi.

E poi c’è un altro attore che in questa storia non può più nascondersi: l’informazione.

Quella che dovrebbe vedere, nominare, distinguere tra errore e responsabilità. E invece troppo spesso non vede o peggio: vede e finge di non vedere perché chiamare le cose con il loro nome ha un costo. Significa dire che non siamo davanti solo a scelte discutibili, ma a qualcosa di più profondo e inquietante: decisioni prese con leggerezza strategica, incapacità di leggere la realtà, ossessione per il consenso, personalizzazione estrema del potere.

Quando il dissenso diventa eresia, la prudenza è derisa, la guerra diventa strumento di legittimazione politica, la narrativa precede e piega la realtà… non siamo più nel campo della politica ma il quello del tradimento.

Siamo in un territorio dove errore, ambizione e visione distorta del mondo si mescolano pericolosamente. E qui l’informazione ha una responsabilità enorme perché ogni volta che edulcora, semplifica, evita le parole scomode… non informa, mente!

Antonio Evangelista (blog “Occhi sul mondo”)

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