Sab. Apr 11th, 2026

Giustizia e potere, il paradosso di via Arenula nell’analisi di Antonio Evangelista

(da lavalledeitempli.net di Gian J. Morici)

Chi guida realmente il Ministero della Giustizia? È questa la domanda centrale, e per certi versi inquietante, che Antonio Evangelista pone nel suo ultimo editoriale intitolato Il ministro ombra estremamente fedele, pubblicato da occhisulmondo.info. Un’analisi che scava nelle dinamiche interne del dicastero di via Arenula, portando alla luce un corto circuito tra ruoli istituzionali e influenze politiche che sembra rimescolare le gerarchie del potere.

Al centro della riflessione, la figura di Giusi Bartolozzi, attuale capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio. Evangelista accende i riflettori sulle pesanti dichiarazioni di Bartolozzi sui cosiddetti plotoni di esecuzione legati ai referendum, ma ciò che colpisce non è solo l’asprezza dei toni, quanto la reazione, o meglio la non-reazione, del ministro ufficiale.

La difesa di Nordio si è infatti arroccata sul concetto di fedeltà. Evangelista analizza criticamente l’uso di questo termine, sottolineando come la fedeltà appartenga più al lessico dei dogmi e della religione che a quello del diritto e delle istituzioni democratiche, mettendo inoltre a nudo una coincidenza politica non trascurabile, quella dei pilastri della riforma della giustizia oggi in discussione, come la modifica dell’articolo 112 sulla priorità dell’azione penale e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, ch ricalcano fedelmente le proposte depositate anni fa proprio da Bartolozzi quando sedeva in Parlamento.

IL MINISTRO OMBRA “ESTREMAMENTE FEDELE?

di Antonio Evangelista –(“Occhi sul mondo” Blog di informazione e geopolitica)

C’è un curioso paradosso nel palazzo di via Arenula. Il ministro della Giustizia è formalmente Carlo Nordio, ma negli ultimi giorni molti hanno avuto l’impressione che il vero centro di gravità stia altrove.

Altrove significa nell’ufficio del capo di gabinetto: Giusi Bartolozzi.

E allora viene da chiedersi: chi guida davvero il Ministero della Giustizia?

Perché la vicenda che ha infiammato il dibattito pubblico è singolare. Il capo di gabinetto del ministro — cioè la persona che più di tutte incarna la linea politica del ministero — ha dichiarato che votando sì al referendum “ci si toglierebbe di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione”.

Un’espressione che ha fatto sobbalzare giuristi, magistrati e anche qualche politico della maggioranza.

A quel punto molti si aspettavano la classica dinamica della politica italiana: polemica, imbarazzo istituzionale, dimissioni rituali.
Ma non è accaduto nulla. Anzi.

Il ministro Carlo Nordio ha difeso pubblicamente la sua collaboratrice con parole che suonano quasi come una dichiarazione di appartenenza: “È sempre stata estremamente fedele ed estremamente laboriosa”.

Una difesa che dice molto più di quanto sembri.

Perché la questione non è solo una frase infelice.
Il punto è che la linea politica della riforma della giustizia — quella che il governo di Giorgia Meloni sta portando avanti — coincide sorprendentemente con le proposte che la stessa Bartolozzi aveva depositato in Parlamento quando era deputata di Forza Italia.

Ad esempio, la modifica dell’articolo 112 della Costituzione della Repubblica Italiana.

In quella proposta si affermava con chiarezza un principio: spetta alla politica stabilire le priorità dell’azione penale.

Tradotto dal linguaggio giuridico: il governo indica alla magistratura quali reati perseguire prima e quali dopo.

È esattamente il cuore del progetto di riforma della giustizia oggi in discussione.

A questo si aggiunge l’idea dell’Alta Corte disciplinare per i magistrati, anch’essa anticipata in una proposta di legge firmata da Bartolozzi anni fa.

Insomma: pezzo dopo pezzo il mosaico prende forma.

La domanda, quindi, cambia leggermente.
Non è più solo: perché il capo di gabinetto non si dimette?

La domanda diventa un’altra: può davvero dimettersi?

Perché se l’architetto di una riforma è la persona che coordina l’intero ministero, la sua uscita di scena non sarebbe una semplice questione di galateo istituzionale.
Sarebbe una crisi politica vera.

In altre parole: togliere Bartolozzi significherebbe togliere il motore ideologico della riforma.

E allora si capisce perché nel palazzo nessuno parla seriamente di dimissioni.

La politica italiana è piena di ministri ombra ma di solito però stanno all’opposizione.

Qui invece la situazione è più originale.

Il ministro ombra siede dentro lo stesso ministero.

E il ministro ufficiale, con grande eleganza istituzionale, si limita a confermare che sì, in effetti, quella persona è “estremamente fedele”.

Fedele a chi — o a cosa — resta la domanda più interessante.

Il ministro Carlo Nordio, nel difendere il suo capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, ha scelto un aggettivo molto preciso: “estremamente fedele”.

È una parola curiosa, se ci si pensa.

Perché la fedeltà non è una categoria giuridica.
Non si dimostra con prove, documenti o sentenze.

La fedeltà appartiene piuttosto al linguaggio della fede: si concede a ciò che non si può verificare, a ciò che si decide di credere.

È la stessa parola che si usa per i dogmi, per le religioni, per le convinzioni che non hanno bisogno di essere dimostrate o non si possono dimostrare.

Ed è forse questo il dettaglio più interessante della vicenda.

In un ministero che dovrebbe essere la casa della legge, delle prove e delle responsabilità, la qualità che viene evocata per difendere una figura chiave non è la competenza, non è la prudenza istituzionale, non è l’equilibrio.

È la fedeltà.

E la fedeltà, come insegna la storia delle corti e dei palazzi del potere, raramente è una categoria della democrazia.

Intanto… succede che qualcuno strappi via alcuni manifesti del NO per cancellare un’idea. Si cerca di soffocare la voce altrui, infrangendo non solo le regole della convivenza democratica, ma anche quelle della dignità civile. Eccolo, ancora una volta, il metodo di chi usa clandestinità e prevaricazione al posto degli argomenti.
Se la democrazia viene ferita nei suoi gesti più semplici — un manifesto affisso, un’opinione espressa — allora sta a noi rispondere con ciò che la rende viva: partecipazione, vigilanza, resistenza civile.

E chi tenta di zittire gli altri dimostra solo di non averne.

Antonio Evangelista

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