(di Giuseppe Condorelli)—«Il corpo:/ è sempre lui che sbaglia/ che si animala (…) Deve scegliere di salvarsi/ questa volta// Compiere una Restitutio ad Integrum», E uno dei versi fondanti di questa ampia antologia di Margherita Rimi, poeta agrigentina, medico e neuropsichiatra infantile. L’aspetto originale che la sostanzia è certamente il rifiuto della metaforizzazione del corpo. Il corpo non è allegoria, è luogo di trattura, di esposizione ed è soprattutto presenza. A scrivere è infatti la poeta-medica, che si incammina verso la «disfazione» del corpo rispetto alla sua esplorazione «intensiva», che ne ha fatto per esempio, Polly Atkin. Il titolo stesso dunque non va inteso nel senso di «ripristino dello stato originario» ma come utopia problematica: ciò che è stato violato – corpo, linguaggio, memoria – non può davvero tornare com’era. La poesia allora non ricostruisce ciò che è stato, bensì è chiamata ad interrogare le rovine. E tuttavia, connotandosi come «psico-aiia tomo-patologica», tenta una sorta di risarcimento simbolico: più etico che terapeutico. La tensione del libro non è nella guarigione, ma nel gesto che la invoca: un atto di resistenza che non cancella il trauma, lo nomina e lo attraversa. ÀI centro resta il corpo, oggetto di una vera e propria storia d’amore: «Il racconto del corpo/è lì//nel calco//la scrittura// impronta genetica nuda», in una dialettica continua tra corpo e parola, sintomo e corrispondenza, come se la poesia obbedisse ad una sorta di bipolarismo grazie al quale il corpo cerca la parola e viceversa, un «sintomo da inversione» o meglio, di corrispondenza: «Tutto contro di me/ il mio corpo.// E io contro di lui/ che non so che fare// ammetto// di tenerlo». E il gesto poetico non è riparativi): ma ambisce ad un nuovo equilibrio, provvisorio ma necessario. In Rimi il corpo rimanda sempre ad altro. È un corpo che resiste al senso, e proprio per questo costringe la lingua a una postura di precisione. quasi di responsabilità: «In sacrificio per me portava una poesia». Ne nasce una scrittura clinica e controllata che disarticola il lessico scientifico, sussumendolo e facendone una protesi su cui si innestano silenzi, spazi bianchi, frasi sospese, errori voluti e improvvise incursioni dialettali. Anche il tempo è spezzato, stratificato, soprattutto nella sezione finale. Restitutio memoriae, dove la scrittura diventa esposizione e testimonianza contro la rimozione. Perciò la duplice coppia degli esergo – Hugo e Leopardi; Montessori e Alceo – sono i vettori fonda- mentali che delimitano i campi di forze del libro. E se la prima indica l’impossibilità di una restituzione senza perdita – e Rimi si colloca tra sogno di guarigione e consapevolezza della corruzione – Montessori invece offre la cornice teorica deiralterità infantile, mentre la «conchiglia» di Alceo incarna una meraviglia pre-logica, sensibile, che l’adulto ha smarrito. La restitutio diventa così un atto di resistenza contro l’oblio, somatico e linguistico: non un ritorno all’origine, ma il recupero di una voce-bambina dentro la coscienza adulta. L’integrità allora non è il punto di arrivo, bensì una istanza aperta: che cosa resta di noi dopo la frattura? E può la parola poetica, bambina, farsi luogo – se non di guarigione – almeno di autenticità?



