I corpi di Elizabeth
di Ella Hickson
regia di Cristina Crippa e Elio De Capitani
con: Elena Russo Arman, Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù, Cristian Giammarini
(di Francesco Principato-foto di Diego Romeo)—Elisabetta I d’Inghilterra dal sedicesimo secolo indaga gli incrollabili temi dell’umanità
Sono quei temi che sopravvivono in ogni tempo gli argomenti affrontati da Ella Hickson nella commedia I corpi di Elizabeth (Swive Elizabeth) e declamati da Elena Russo Arman (Elisabetta da adulta) e Maria Caggianelli Villani (Elisabetta da giovane). D’altronde seppur il personaggio storico è lontano nei secoli, l’autrice inglese è una delle esponenti più promettenti della nuova drammaturgia contemporanea anglosassone e i temi di attualità che affronta nelle sue opere sono spesso inclementi, coraggiosi e all’apparenza irriverenti.
Ed è così che ci appare questo testo tradotto da Monica Capitani e prodotto dal Teatro dell’Elfo e dallo Stabile del Veneto: inclemente nei confronti delle istituzioni, aspro nei confronti della prima regina sovrana suprema della storia britannica, concreto nei confronti dei pregiudizi intramontabili o non ancora tramontati. La narrazione di I corpi di Elizabeth inizia quando la bambina, persa la madre giustiziata, è rinchiusa nelle torre e poi esiliata per impedirne l’ascesa al trono e si svolge durante il suo regno e fino all’esecuzione della condanna a morte della cugina antagonista Maria Stuarda. Nel percorso storico la rappresentazione esibisce i momenti preminenti della vita della figlia di Enrico VIII e Anna Bolena: lo studio e la formazione adolescenziale, la visione lungimirante dei rischi dell’appartenenza alla linea di successione, l’autonoma costruzione del proprio futuro, i percorsi e le scorciatoie per il raggiungimento del potere, il conflitto per riuscire a predominare seppur donna.
Non solo affermazione femminile
Considerare comunque I corpi di Elizabeth come una pièce incentrata sulla rivendicazione di genere è riduttivo. Il testo della traduzione di Monica Capitani, che ha un linguaggio attuale ma che non rinuncia, in particolari frangenti emotivi, ad una poetica quasi shakespeariana, si sofferma su tematiche filosofiche, religiose e morali: la fanciulla che legge Calvino diventa baluardo del protestantesimo; la volontà divina è messa in dubbio dalla concessione del libero arbitrio; i doveri nei confronti dei sudditi è capitale rispetto alle aspirazioni regali; ma etica e morale sono eluse se incombono conflitti, di potere o di religione. È la successione generazionale, e non la vecchiaia, che accresce l’uomo e l’umanità.
Narrazione storica intellegibile e spettacolare, esposizione emotiva coinvolgente
Non occorre essere competenti in storia anglosassone per poter comprendere lo spettacolo teatrale. La struttura della rappresentazione, esplicativa e scorrevole, è portata in scena per quadri che si alternano nel tempo e nei luoghi. I cambi di ambienti sono facilitati da tendaggi colorati e semi trasparenti (scene di Carlo Sala); i disegni delle luci sono precisi e suggestivi (di Nando Frigerio); gli oggetti di scena essenziali sono rappresentativi; i costumi (di Ferdinando Bruni) sono fedeli e ricalcano realmente abiti elisabettiani e al contempo imprigionano i corpi al loro ruolo; le musiche (di Pasquale Catalano) sottolineano i momenti topici e indugiano solo nei cambi di episodi. Perché è solo per episodi che si possono narrare più di cinquantanni della vita intensa di Elisabetta I d’Inghilterra e, come per dei sonetti di Shakespeare, ognuno dei venti e più frammenti di narrazione è titolato con la scritta che si illumina nell’arlecchino del palco. E poi, oltre al “corpo politico” della regina, va in scena il “corpo desiderante” della donna con gli amori auto negati, i sentimenti repressi, il massimo sacrificio della femminilità: la negazione della maternità. Troppe ragion di stato hanno negato alla sovrana di avere un uomo accanto, almeno pubblicamente e la sofferenza della donna riesce ad attraversare la platea.
Un cast che si fa in quattro e tiene in pugno la scena e il pubblico
Attori che si fanno in quattro non è per modo di dire perché sono realmente chiamati in diversi ruoli, e questo non per esigenze di budget ma perché così è prescritto nel testo originale e scalettato nella sceneggiatura. Elena Russo Arman, oltre ad essere una espressiva Elisabetta degli anni maturi è anche Catherine Parr e Maria Tudor. Maria Caggianelli Villani è la fresca e arguta Elisabetta fanciulla ma anche la giovane Catherine Grey e la simpatica lavandaia veneta. Enzo Curcurù è Thomas Seymour e l’aitante Robert Dudley e Cristian Giammarini interpreta l’intrigante consigliere Cecil. Eppure in queste dissociazioni interpretative non si coglie alcuna incertezza e ogni recitazione è distinta e connotata, segno di alta professionalità e della confidenza con i personaggi impostata dalla regia di Cristtina Crippa e Elio De Capitani e rafforzata dalle repliche, quella stessa sicurezza che si nota nel tempismo dell’azione.
Una produzione che meriterebbe una maggiore circuitazione teatrale
Questo I corpi di Elizabeth visto oggi al teatro Pirandello di Agrigento è stato fortemente voluto dal direttore artistico Roberta Torre e consideriamo questa scelta molto positiva. Ci chiediamo (ma in verità l’abbiamo chiesto agli attori nel breve talk dopo spettacolo) come mai un commedia con un testo così energico e una rappresentazione così godibile abbia così poche date (a parte le numerose repliche nelle sale del teatro Elfo di Milano). La risposta che è stata data è sempre la stessa: gli imprenditori teatrali preferiscono i classici, gli spettatori premiano i volti televisivi, anche gli scambi fra i teatri di produzione sono improntati alla “cassetta” e quindi vedere in scena autori contemporanei e attori specialisti teatrali è sempre più difficile. Ma per questa sera al Pirandello di Agrigento siamo riusciti ad assistere alla rappresentazione di un testo di rilettura contemporanea e alle performance di attori che seppur senza il crisma televisivo hanno dimostrato bravura e attrattiva.






















