Il quarantennale del musical su San Francesco fresco, brioso e toccante fa il sold out al Palacongressi di Agrigento
(testo e foto di Francesco Principato)—Era un bel colpo d’occhio ieri sera il Palacongressi pieno in ogni ordine di posto, pieno di ogni tipo di spettatore: giovani e meno giovani hanno hanno voluto essere presenti alla rappresentazione di questo storico musical.
Perché è del 1981 la prima dello spettacolo musicale sul santo di Assisi firmato da Mario Castellacci, Piero Castellacci, Piero Palumbo e Renato Biagioli con le musiche di Michele Paulicelli, Giancarlo De Matteis e Giampaolo Belardinelli. E la nuova produzione della Soni gira i teatri italiani già da cinque anni, mietendo successi di pubblico ad ogni replica. Il nuovo allestimento diretto da Ariele Vincenti è rimasto molto fedele all’originale per trama, contenuti e soprattutto per le partiture e arrangiamenti musicali. Vincenti ha corso il rischio di sfoltire le parti narrative per incentrare lo spettacolo sulle successioni musicali e sulla prontezza delle coreografie di Dalila Frassanito.
La struggente narrazione del Santo dal punto di vista paterno
Il racconto della scelta di Francesco e del suo percorso di santità è affidato al genitore Bernardone e alla Cenciosa, interpretati da Mauro Mandolini e Giulia Gallone. Sono loro due a muovere in maniera egregia le corde attoriali, sono loro a introdurre gli episodi principali della vita di Francesco e ad incastrare i brani musicali. Lo fanno a volte con ironia, con umorismo, altre volte con intensità emotiva che coinvolge il pubblico, prima che venga lanciato in ritmi festosi, in ballate struggenti, in musicalità trascinanti. Il padre razionale che fino alla fine spera di riavere il figlio perduto e la questuante mentecatta sono lo specchio dell’uomo, sono la riflessione del materialismo, sono la vita che fa ridere e fa piangere.
San Francesco e la Forza delle canzoni, delle voci e delle interpretazioni.
Sono ben ventitré i brani dello spettacolo e si inizia proprio con Forza venite gente per finire con Laudato sii. Molti dei brani sono conosciuti quasi quanto una hit della musica italiana: Sorella provvidenza, Ventiquattro piedi siamo, Posso dire amore a tutti, Il lupo, La luna, Povero vecchio diavolo sono nella memoria di molti spettatori: dopo quarantacinque anni è normale per brani dalle melodie accattivanti e ritmi effervescenti. Come è normale che i cantanti riscuotano applausi scroscianti. Questo Forza venite gente è un musical brioso e vivace, lo sarà per la freschezza del cast improntato alla giovinezza, alla vivacità interpretativa e non solo per le capacità recitative e vocali. Michelangelo Nari, è un San Francesco che affronta acuti da cantante lirico con lo stesso sorriso con cui elargisce amore; Giulia Cecchini è Chiara, dolcezza espressiva e limpidezza canora; Alessandro Lo Piccolo è Lupo dalla voce potente e ringhiosa; Francesco Boschiazzo interpreta un Diavolo grintoso, sicuro, dalla voce quasi trascinante; Benedetta Iardella è Sorella povertà, voce tenera e suadente. E poi ci sono i coristi che si esibiscono principalmente in coreografie a volte articolate, seducenti e placide o quasi acrobatiche.
Ma non sono solo canzonette
C’è San Francesco in questo commedia musicale. Ci sono riferimenti da cogliere e riportarli all’attualità. C’è l’amore come ultima aspirazione, c’è l’uguaglianza da prefiggere, c’è la felicità da donare agli altri. C’è la morte che scioglie ogni domanda, la morte che ricongiunge al Padre: quell’ultima speranza che ha Bernardone per ritrovare suo figlio.
L’accostamento visivo poggia su costumi e fasci di luce
Un’unica inadeguatezza ci è sembrata di rilevare in questo ottimo spettacolo: l’impatto visivo ci è sembrato insufficiente. La scenografia (di Alessandro Chiti) è molto spoglia, è soltanto una gradinata componibile che si trasforma, si muove o ruota; il fondale è un telo amorfo su cui puntano riflettori mobili e fasci di luce. Null’altro a creare ambientazioni né effetti visivi. Solo i costumi e drappi di seta danno cromaticità al palcoscenico. Ma forse questo effetto era proprio nell’intenzione registica: evidenziare la povertà francescana?








