di Giacomo Minio
La Missa solemnis in re maggiore op. 123 occupa un posto supremo nell’opera di Ludwig
van Beethoven e non solo. Non si tratta di una semplice composizione liturgica, ma di un
monumento spirituale, filosofico e umano, che trascende la funzione del rito per divenire
suprema meditazione sull’atto della fede, interrogazione etica, dramma interiore. Beethoven vi
si dedicò a lungo, oltre ogni scadenza, trasformando l’occasione celebrativa dell’insediamento
arcivescovile dell’arciduca Rodolfo in un’opera di portata universale, nella quale la religione
diventa responsabilità dell’uomo dinanzi alla storia.
In questa messa la fede non è mai pacificata: il Kyrie si apre in una supplica umile e inquieta,
il Gloria si accende in una gioia ardente e instabile; il Credo assume il carattere di una
proclamazione vigorosa, quasi eroica, nella quale l’affermazione del dogma diviene atto di
volontà. Leonard Bernstein parlava di un Credo “titanico”, in cui la fede non è ricevuta, ma
conquistata con forza. Il delicatissimo Sanctus e il Benedictus innalzano lo sguardo verso una
dimensione di trascendenza purissima, con il celebre violino solista, descritto da Carlo Maria
Giulini, come una delle più alte rappresentazioni musicali del divino che discende sulla terra.
Ma è nell’Agnus Dei che Beethoven tocca l’abisso: la richiesta di pace, interrotta da improvvisi
richiami bellici, rivela con lucidità tragica quanto la violenza sia inscritta nella storia dell’uomo e
quanto la pace resti una conquista fragile, mai definitiva. La pace non è celebrata, ma implorata
con angoscia.
È alla luce di questa densità morale e spirituale che va compresa l’esecuzione della Missa
solemnis andata in scena al Teatro Massimo di Palermo, all’interno di un cartellone di
alto pregio, grazie al sapiente M° Marco Betta, in una lettura di altissimo profilo artistico e
intellettuale.
Il direttore, giovane e brillante M° Umberto Clerici, interprete di eccezionale statura, ha
affrontato questa titanica partitura con lucidità sovrana e concentrazione inflessibile,
governando l’imponente architettura musicale con gesto fermo chiaro. Costante e palpabile è
stato il contatto con orchestra e coro, tenuti insieme da una tensione interna che non ha mai
ceduto né alla retorica monumentale né a un’arida oggettività.
L’esecuzione ha saputo portare alla luce i movimenti più segreti della partitura, restituendo
la complessità del pensiero beethoveniano nella sua dimensione più autentica. Il Gloria è
emerso nella sua febbrile esaltazione, scandita con energia ma sempre sorvegliata; il Credo è
stato scolpito come un grande affresco drammatico. Particolarmente toccante il Sanctus con
lo struggente violino solista, il Benedictus, sospeso in un clima di rarefatta contemplazione e
l’Agnus Dei, dove la tensione tra invocazione e minaccia è stata resa con evidenza emotiva.
Sul piano vocale, bravi i solisti, valido il contributo del soprano e del basso che si è imposto per
qualità e profondità interpretativa. Il soprano ha offerto una linea di canto luminosa e raccolta,
capace di coniugare purezza timbrica e intensità spirituale; il basso ha dato voce alla gravità
morale dell’opera con autorevolezza e ampiezza di fraseggio risultando particolarmente incisivo
nei momenti di maggiore drammaticità.
L’orchestra e il coro del Teatro Massimo hanno affrontato la prova in modo superbo, con
disciplina artistica e partecipazione profonda, rendendo giustizia a una delle pagine più
impervie e solenni del repertorio sacro. Il coro è stato protagonista di una prova di grande forza
espressiva, capace di passare dall’esultanza corale alla supplica angosciata con ammirevole
compattezza.
Questa Missa solemnis non è stata soltanto un evento musicale di straordinaria rilevanza, ma
un atto di riflessione collettiva. Nel Dona nobis pacem conclusivo, così intensamente meditato,
Beethoven è tornato a parlare al nostro tempo con voce limpida e inquieta, sottolineando che
la pace non è un dono acquisito, ma una responsabilità: la pace non è uno stato naturale, ma
elemento fragile, continuamente minacciato dalla violenza umana.

