(“TOTO’ LASCIATI BACIARE-di Diego Romeo-pubblicato su PRIMOPIANO news il 3 febbraio del 2003)
Niente a che fare con Cipri e Maresco. Il nostro Totò non visse solo due volte, né ballò una sola estate. Il”Totò Lasciatibaciare” della gente comune e il “Totò Vasa vasa” del Gian
Antonio Stella sono incarnazioni sempiterne, varianti rivisitate dello “Spirito Divino-dice Ciampa-Pirandello- che entra in noi e si fa pupo: pupo io, pupo lei, pupi tutti”.
Cos’altro fa Gian Antonio Stella se non lasciarsi “vasare” dalle informazioni dei “meglio rossi che morti”, bighellonando tra gli anfratti dei burosauri regionali che nessuno bacia e vuol baciare, tra ironia mordace e satira di costume. Non comprendono i Gianantoni che Totò Cuffaro è lo Svevo, l’Angioino, il Rais, il Normanno, il Sabaudo, il principe di Salina, il Dio Padre e il Dio Madre, il Governatore. E’ il Totò che vivrà centinaia di volte e ballerà tutte le estati che il buon Dio manderà in Sicilia. Direbbero i Santi Padri dell’lnquisizione: “Ma perché questi Gianantoni non vogliono credere…”. E giù botte da orbi. Perché stupirsi?
Il Totò Lasciatibaciare è il minimo della normalità che poteva capitare nella Sicilia laboratorio di alleanze, esperimenti, in questa gabbia dorata dove si riproducono in fotocopia le coalizioni romane. E poi, nella Trinacria dei videoclip di oggi la figura umana viene fatta spostare lentamente come un vermicello che inquina il paesaggio, per far posto alla pontificia visione dei templi, delle calette incontaminate.
L’umano, qui e da sempre, conta molto meno di un operaio dei tempi Fiat Valletta, del pulitore dei cessi di Moratti, di un pelato di Cragnotti, di un mozzo di Ferlaino, dell’ultimo tirapiedi di Salamone. Qui sono nati, passati e pasciuti ex andreottiani, ex manniniani, ex dorotei, ex gullottiani, non dimenticando i Colajanni e i Folena il cui partito più andava giù più loro andavano su. E lui, il Totò Lasciatibaciare, forse non è il pulzello uscito dal cilindro mastelliano? Pulzello uscito con tutta l’anima, le ambiguità, le contorsioni, le mediazioni, la spregiudicatezza della DC di un tempo e senza tempo. E’ il prodotto finito, montato e assemblato nella premiata “officina Sicilia”.
Con un prodotto simile sulla bancarella elettorale, come non pensare che II granaio non si riempisse come ai bei tempi.
Sfiorito Orlando Cascio, falliti i sindaci pigliatutto, sfoltita la scorie retina dell’ultrasinistra passata a migliori uffici, come non capire che l’antimafia e il rinnovamento poco c’entravano e che troppa gente votava gli uomini di potere per vedere da chi si poteva avere di più? Nonostante tutti i proclami e i cambiamenti irreversibili, la Sicilia reale non era e non è cambiata; al massimo, di nuovo, c’è la barca della cooperativa dalemiana e qualche natica dolorante di girotondini che hanno sbattuto-come dice il ritornello-il culo a terra. Il Totò Lasciatibaciare è ascritto in questa immensità ipostatica, in questo immutabile deposito della rivelazione, in questa metempsicosi perenne, in questo Dna siculo che “atterra e suscita, che affanna e che consola”. Pochi sanno che questo santo laico che attraversa le nostre contrade in pulmann “Ditta Cuffaro” (sulle cui agevolazioni ci sarebbe da ridire) quand’era studente a Palermo colmava di gentilezze, per sua innata bontà d’animo, i suoi amici che condividevano con lui l’appartamento in affitto. Un suo amico, oggi medico, racconta che non potrà mai dimenticare il Totò che la mattina si alzava per primo e gli portava il caffè a letto. Ma il caffè, Cuffaro lo porta ancora, forse inconsapevolmente, a Gianfranco Miccichè, concedendo all’ex trinariciuto l’opportunità di emarginare, a Catania per esempio, la destra sociale di AN, sterilizzando il candidato vicino a Storace e Alemanno con il placet di Guidarello Lo Porto e l’exequatur di Raffaele Lombardo.
A Palermo, poi, Totò Lasciatibaciare, oltre al caffè porta pure i biscotti su un vassoio d’argento a Saverio Romano, risucchiato come un babbalucio nell’orbita di Miccichè il quale, secondo i dettami berlusconiani emargina proditoriamente Lillo Mannino (tra le poche teste pensanti superstiti al giustizialismo). Totò il Buono appare così un governatore dai piedi d’argilla, senza una leadership politica, capace di riappropriarsi dell’orgoglio e dell’etica perduta da un centro destra senza più rossore nè vergogna. Già allora, Lasciatibaciare era un leader. Un leader premuroso consapevole di dare senza nulla chiedere. Lui era l’alfa e l’omega, era il “capitano, mio capitano”. L’attimo di Totò Lasciatibaciare non è stato mai fuggente, per lui che non visse solo due volte, né ballò una sola estate.

