Ven. Mar 13th, 2026

RINTOCCHI DI UN PASSATO CHE RITORNA CICLICAMENTE

(“TOTO’ LASCIATI BACIARE-di Diego Romeo-pubblicato su PRIMOPIANO news il 3 febbraio del 2003)

Niente a che fare con Cipri e Maresco. Il nostro Totò non visse solo due volte, né ballò una sola estate.  Il”Totò Lasciatibaciare” della gente comune e il “Totò Vasa vasa” del Gian

Antonio Stella sono incarnazioni sem­piterne, varianti rivisitate dello “Spirito Divino-dice Ciampa-Pirandello- che entra in noi e si fa pupo: pupo io, pupo lei, pupi tutti”.

Cos’altro fa Gian Antonio Stella se non lasciarsi “vasare” dalle informazioni dei “meglio rossi che morti”, bighellonando tra gli anfratti dei burosauri regionali che nessuno bacia e vuol baciare, tra ironia mordace e satira di costume. Non comprendono i Gianantoni che Totò Cuffaro è lo Svevo, l’Angioino, il Rais, il Normanno, il Sabaudo, il principe di Salina, il Dio Padre e il Dio Madre, il Governatore. E’ il Totò che vivrà centinaia di volte e bal­lerà tutte le estati che il buon Dio manderà in Sicilia. Direbbero i Santi Padri dell’lnquisizione: “Ma perché questi Gianantoni non voglio­no credere…”. E giù botte da orbi. Perché stupirsi?

Il      Totò Lasciatibaciare è il minimo della normalità che poteva capitare nella Sicilia laboratorio di alleanze, espe­rimenti, in questa gabbia dorata dove si riproducono in fotocopia le coalizioni roma­ne. E poi, nella Trinacria dei videoclip di oggi la figura umana viene fatta spostare lentamente come un vermi­cello che inquina il paesag­gio, per far posto alla pontifi­cia visione dei templi, delle calette incontaminate.

L’umano, qui e da sem­pre, conta molto meno di un operaio dei tempi Fiat Valletta, del pulitore dei cessi di Moratti, di un pelato di Cragnotti, di un mozzo di Ferlaino, dell’ultimo tirapiedi di Salamone. Qui sono nati, passati e pasciuti ex andreottiani, ex manniniani, ex dorotei, ex gullottiani, non dimenticando i Colajanni e i Folena il cui partito più andava giù più loro andavano su. E lui, il Totò Lasciatibaciare, forse non è il pulzello uscito dal cilindro mastelliano? Pulzello uscito con tutta l’anima, le ambiguità, le contorsioni, le mediazioni, la spregiudica­tezza della DC di un tempo e senza tempo.  E’ il prodotto finito, mon­tato e assemblato nella pre­miata “officina Sicilia”.

Con un prodotto simile sulla bancarella elettorale, come non pensare che II gra­naio non si riempisse come ai bei tempi.

Sfiorito Orlando Cascio, falliti i sindaci pigliatutto, sfoltita la scorie retina dell’ul­trasinistra passata a migliori uffici, come non capire che l’antimafia e il rinnovamento poco c’entravano e che trop­pa gente votava gli uomini di potere per vedere da chi si poteva avere di più? Nonostante tutti i procla­mi e i cambiamenti irreversi­bili, la Sicilia reale non era e non è cambiata; al massimo, di nuovo, c’è la barca della cooperativa dalemiana e qualche natica dolorante di girotondini che hanno sbattu­to-come dice il ritornello-il culo a terra. Il Totò Lasciatibaciare è ascritto in questa immensità ipostatica, in questo immuta­bile deposito della rivelazio­ne, in questa metempsicosi perenne, in questo Dna sicu­lo che “atterra e suscita, che affanna e che consola”. Pochi sanno che questo santo laico che attraversa le nostre con­trade in pulmann “Ditta Cuffaro” (sulle cui agevola­zioni ci sarebbe da ridire) quand’era studente a Palermo colmava di gentilez­ze, per sua innata bontà d’a­nimo, i suoi amici che condi­videvano con lui l’apparta­mento in affitto. Un suo amico, oggi medico, racconta che non potrà mai dimentica­re il Totò che la mattina si alzava per primo e gli porta­va il caffè a letto. Ma il caffè, Cuffaro lo porta ancora, forse inconsapevolmente, a Gianfranco Miccichè, conce­dendo all’ex trinariciuto l’op­portunità di emarginare, a Catania per esempio, la destra sociale di AN, steriliz­zando il candidato vicino a Storace e Alemanno con il placet di Guidarello Lo Porto e l’exequatur di Raffaele Lombardo.

A Palermo, poi, Totò Lasciatibaciare, oltre al caffè porta pure i biscotti su un vassoio d’argento a Saverio Romano, risucchiato come un babbalucio nell’orbita di Miccichè il quale, secondo i dettami berlusconiani emar­gina proditoriamente Lillo Mannino (tra le poche teste pensanti superstiti al giustizialismo). Totò il Buono appa­re così un governatore dai piedi d’argilla, senza una lea­dership politica, capace di riappropriarsi dell’orgoglio e dell’etica perduta da un cen­tro destra senza più rossore nè vergogna. Già allora, Lasciatibaciare era un leader. Un leader pre­muroso consapevole di dare senza nulla chiedere. Lui era l’alfa e l’omega, era il “capi­tano, mio capitano”. L’attimo di Totò Lasciatibaciare non è stato mai fuggente, per lui che non visse solo due volte, né ballò una sola estate.

Related Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *