Ven. Mar 13th, 2026

IN MORTE DI CORRADO CARNEVALE magistrato

 “Eliminato dalla lista per il perseguimento di una via giudiziaria al potere”
Intervista a Corrado Carnevale  di Diego Romeo (pubblicata sul quindicinale PRIMO PIANO news il febbraio del 2003)

La crisi endemica della politica favori­sce, come si sa, i gruppi di ogni gene­re; anche mafiosi. Cosa si fa o non si fa, oggi, in Italia per ovviare a tutto ciò?

—Per ovviare alla crisi politica nel modo che non si agevolino i mafiosi, credo che si debba intrapren­dere un’azione in contrasto che è giusto fare nei confronti di qualunque fenomeno criminale. Se poi, i risultati che si sono ottenuti siano positivi, questo a mio giudizio è molto dubbio perché per quella che è l’esperienza di tutti quelli che abitano in Sicilia, le manifestazioni negli anni, tipiche dell’e­conomia inquinata dalla mafia sono più evidenti che nel passato poiché la mafia continua ad esse­re presente sul fronte delle estorsioni. Infatti sono molte le persone soggette al pizzo. Tutti affermano che gli appalti di opere pubbliche in Sicilia sono legati alla mafia; ogni volta che vengono stanziati dalla comunità europea o dal governo nazionale fondi per le opere pubbliche, in Sicilia immediata­mente scatta l’allarme per evitare che gran parte di questi fondi vada ai mafiosi. Questo significa che i mezzi finora messi in opera per fronteggiare il fenomeno mafioso nel versante economico si sono rivelati inefficaci. È chiaro che questo comporta lo studio di una nuova strategia, lo non vedo però chi attualmente si sia posto questo quesito. Tutti sono d’accordo nel constatare che tali mezzi finora ado­perati non sono stati efficaci, però non mi risulta che i magistrati ne altri organi dello stato stiano elaborando una strategia più efficace di quella attuale.

Nel ventre molle del sistema c’è posto per tutto e per tutti. Possiamo dire chi e cosa non deve esserci?

—Certamente non ci deve essere la criminalità orga­nizzata e la stessa, a mio giudizio, non va contra­stata soltanto con lo strumento giudiziario.

Il sistema giudiziario è per sua stessa natura meramente repressivo e interviene già quando i comportamenti devianti sono stati attuati e accer­tati. Secondo me il fenomeno della criminalità organizzata e della criminalità in genere, va studia­to soprattutto nella ricerca delle cause e bisogna anzitutto intervenire su queste. In Sicilia c’è una crisi e non in epoca recente; risale al secolo scor­so. Forse anche prima, senza forse anzi: sicura­mente. Non c’è senso dello stato e non c’è da parte dei cittadini la consapevolezza di essere tito­lari di diritti nei confronti dell’organizzazione pubbli­ca. Da parte di chi gestisce la res pubblica non c’è neppure il senso dello stato, giacché non c’è la consapevolezza di essere al servizio dei cittadini. Ogni funzionario pubblico ritiene di poter gestire i poteri come se fossero cose proprie e pretende quindi, un rispetto dalle persone che deve essere dovuto in funzione al potere che esercita.

Non alle persone. Questo fatto culturale dovreb­be essere modificato intervenendo sia a livello di istruzione nei confronti delle giovani generazioni, sia su chi gestisce, a qualsiasi livello, la funzione pubblica. Fino a quando questo non si farà, pur­troppo, in Sicilia e nel meridione certi fenomeni di criminalità organizzata non potranno, non dico essere debellati, ma neppure contenuti.

—A suo parere quanto potrà durare ancora que­sta colossale crisi di identità che attraversa da parte a parte le istituzioni?

—Non è possibile prevedere dei tempi perché, a mio giudizio, finora non si è iniziata una seria politica di restaurazione del senso dello stato, del rispetto per la legalità, perché molti hanno agitato la bandiera della legalità, commettendo essi stessi prima di tutti, un’illegalità senza limiti. La gente come può ritenere credibili persone che, da un canto, si elevano a paladini del rispetto della legge e dall’altro la violano? Bisogna modificare le coscienze, educare i cittadini al rispetto della legge e alla consapevolezza di essere titolari di diritti. Ecco perché in Sicilia gran parte di quello che è dovuto si ottiene a titolo di favore. Una volta, un giornalista affermò che in Sicilia anche per ottene­re un certificato, che è l’atto più dovuto di questo mondo, se non si hanno amicizie si incontrano dif­ficoltà. Tutto ciò accade tuttora e fino a quando questo non scomparirà, la mafia sarà forte come prima. Si facciano o non si facciano i processi, si infliggano centinaia di condanne all’ergastolo, le cose resteranno come prima, come del resto è dato a tutti constatare nonostante l’offensiva che lo stato, visto come amministrazione giudiziaria e magistratura, ha sferrato nei confronti della mafia

all’inizio degli anni 80. Ormai è da 20 anni che in Sicilia si vive l’emergenza giudiziaria della mafia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco ai risultati per quanto riguarda il modo di vivere in Sicilia; il modo di comportarsi. Tutti riconoscono che in Sicilia non è cambiato molto; anzi, è addirit­tura peggiorato.

A suo parere, quali sono i rapporti tra mafia e politica. Lei si ritiene una delle tante vittime di questi rapporti?

Rispondo inizialmente alla prima parte della domanda. Tra mafia e politica i rapporti ci sono sempre stati, perché la mafia come qualunque organizzazione criminale ha come obiettivo princi­pale quello di realizzare i propri scopi. Dunque non può non cercare di contattare gli uomini che hanno la gestione del potere. La mafia è stata sempre governativa e non ha smesso mai di coltivare rap­porti con uomini politici che in un certo momento se non fanno parte della maggioranza governativa, nella prospettiva di un futuro, essi diventeranno componenti della maggioranza. La mafia è un fenomeno che è esistito, esiste tuttora, forse in modo meno evidente che in passato perché alcuni uomini politici sono stati colpiti per i rapporti che intrattenevano con i mafiosi. Questo ha indotto la maggioranza degli uomini politici ad essere quanto meno più che cauti. Però non credo che questi rapporti non siano tuttora esistenti. Seconda parte della domanda: escludo di potermi considerare vit­tima di questo tipo di rapporto. Non ho mai intratte­nuto rapporti con uomini politici, se non di natura istituzionale. Ho ricoperto incarichi presso la P.A. come capo dell’ufficio amministrativo di diversi ministeri, però, mai al di fuori di questo tipo di rap­porti di carattere assolutamente istituzionale. Sono stato nominato dai ministri prima ancora di essere riconosciuto personalmente da loro. Sono stato nominato su designazione dei vari capi di gabinet­to che non erano politici ma magistrati del Consiglio di Stato i quali mi conoscevano, ritene­vano che io fossi in grado di dare un contributo e quindi mi proponevano al ministero. Rapporti con altri politici non ne ho mai intrattenuti e nell’eserci­zio delle mie funzioni giurisdizionali questo va detto anche come riconoscimento della correttez­za dei ministri con i quali ho collaborato. Non ho mai ricevuto da nessun politico una sola segnala­zione relativa a processi e questo va detto come riconoscimento della correttezza di questi ministri, lo non voglio dire che questo sia accaduto perché era notorio che fossi impermeabile alle pressioni e alle segnalazioni. Non ho ricevuto nessuna segna­lazione, neppure la più blanda di quelle che di soli­to i magistrati ricevono. Perché ottenere le pro­messe di essere informati sollecitamente dell’esito penale di alcuni processi, è un mezzo a cui di soli­to si ricorre tra magistrati per sapere come sarà deciso un certo processo. In questa forma, certa­mente ipocrita, è nascosta una vera e propria segnalazione, perché se non c’è un interesse, a nessuno può importare come e quale sarà l’esito di una causa che riguarda altre persone, lo stesso, se ho subito una serie di processi, li ho subiti non per rapporti peraltro assolutamente inesistenti con persone della politica, ma perché a torto o a ragio­ne, sono stato considerato l’esponente di un certo modo di amministrare la giustizia, che si poneva in frontale contrasto con le esigenze di alcuni centri di potere che aspiravano a raggiungere posizioni più importanti attraverso le vie giudiziarie. Siccome io, per gli indirizzi giurisprudenziali di cui a torto o a ragione sono stato considerato fautore o il primo dei fautori e siccome attraverso l’esercizio di questi indirizzi giurisprudenziali si impediva il raggiungi­mento di certi obiettivi, è chiaro allora che ero una persona da eliminare. Avendo colpito me, si sono messi in condizione gli altri magistrati che avevano le mie stesse opinioni e seguivano l’indirizzo che io seguivo, di operare in una situazione di estrema difficoltà e quindi, di non contrastare il persegui­mento di certi obiettivi.

Meno funziona la giustizia normale e più forte è la richiesta di massa di nuove leggi. È un mec­canismo sempre assecondabile ed auspicabi­le?

No. Perché anzitutto non ho mai nutrito l’illusione illuministica che le leggi modifichino gli uomini.

Non è modificando la legge esistente che si ottie­ne una giustizia migliore da un punto di vista quali­tativo, più efficiente e rapida. Le leggi spesso osta­colano lo svolgimento efficace dei processi. Quello del rapporto tra legge e amministrazione della giu­stizia è un problema che ha diversi aspetti. Anzitutto il primo è quello di elevare il livello quali­tativo di chi amministra la giustizia, perché certi errori che sono commessi dalla magistratura non dipendono soltanto dal fatto che errare è umano, ma spesso dipendono dalla scarsa preparazione prófessionale dei magistrati. Quindi, anzitutto biso­gnerebbe curare meglio la preparazione professio­nale dei magistrati e il suo costante aggiornamen­to, poiché chi è preposto alla carriera di magistra­to, attualmente non ha nessuno strumento e, ammesso che ne possieda qualcuno, non ha nes­suna voglia di utilizzarlo per accertare qual è il livello professionale di ogni singolo magistrato.

Qual è la conseguenza? Che i magistrati fanno carriera a ruolo aperto; senza contratto. Per cui, l’unico criterio per consentire la scelta dei vari can­didati ad un certo ufficio, non è quello della capa­cità professionale, giacché il Consiglio Superiore della Magistratura preposto alla carriera dei magi­strati non ha gli strumenti per accertare tale livello. L’unico criterio è quello dell’appartenenza a questa o a quella corrente; di conseguenza, molti magi­strati per fare carriera non fanno lo sforzo di cerca­re di lavorare al meglio, fare il loro dovere dedican­do gran parte della loro giornata al lavoro; lo sforzo maggiore, è quello di trovare la corrente più ido­nea, la persona che possa agevolare le loro aspi­razioni di carriera. È questo è un fatto che è sotto gli occhi di tutti, certamente deprecabile, perché a mano a mano che si progredisce nella carriera si assumono responsabilità maggiori e, talvolta, si assumono responsabilità in relazione agli uffici giu­diziari alle quali responsabilità non corrisponde una adeguata capacità professionale. Cosa più grave di una struttura complessa quale è la magi­stratura, è che alla direzione degli uffici, siano pre­poste persone assolutamente inadeguate non solo a svolgere il lavoro ordinario dei magistrati ma soprattutto a svolgere la funzione di organizzazio­ne del lavoro che è una delle cause più importanti della lentezza della giustizia italiana. Questa causa è la mancanza assoluta di organizzazione, non di strutture materiali. Il lavoro dei magistrati è un lavoro intellettuale. A me piacciono i paradossi. Una volta affermai che il magistrato ha bisogno di una risma di carta e di una penna biro e poi di una rubrica attrezzata che può essere quella propria o quella deN’ufficio giudiziario al quale appartiene. Tutti gli uffici giudiziari sono dotati di biblioteche e, in ogni caso, ci sono nelle città vicine biblioteche universitarie dove è possibile attingere per docu­mentarsi, per approfondire gli argomenti che deb­bono essere utilizzati per una decisione. La causa principale è quindi il difetto di organizzazione del lavoro. La prova dell’esattezza di quello che dico, è data dal fatto che ci sono degli uffici giudiziari ben organizzati e in grado di fornire dei servizi eccellenti, non solo in termini quantitativi ma anche in termini qualitativi. Vi sono poi degli uffici giudi­ziari -che sono la maggior parte- che non avendo degli organizzatori capaci, producono molto meno degli altri e soprattutto danno dei risultati che quali­tativamente sono discutibili. Poniamo il caso di una Procura della Repubblica in cui si assumono ini­ziative giudiziarie che poi si concludono con un nulla di fatto. Abbiamo invece il caso di Procure in cui le indagini si svolgono in modo corretto, gli autori dei reati individuati e si ottengono risultati che anche dal punto di vista statistico sono apprezzabili.

Lei in Cassazione non era il solo a decidere, c’era un ensemble giudicante. Che ne è stato di questo ensemble?

Cominciamo col dire che presiedevo una sezione che nei momenti di minore presenza dei magistrati che ricevevano l’incarico, aveva 25 consiglieri di Cassazione e almeno tre presidenti di Cassazione, oltre al titolare, che ero io.all’inizio degli anni 80. Ormai è da 20 anni che in Sicilia si vive l’emergenza giudiziaria della mafia e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Mi riferisco ai risultati per quanto riguarda il modo di vivere in Sicilia; il modo di comportarsi. Tutti riconoscono che in Sicilia non è cambiato molto; anzi, è addirit­tura peggiorato.

A suo parere, quali sono i rapporti tra mafia e politica. Lei si ritiene una delle tante vittime di questi rapporti?

Rispondo inizialmente alla prima parte della domanda. Tra mafia e politica i rapporti ci sono sempre stati, perché la mafia come qualunque organizzazione criminale ha come obiettivo princi­pale quello di realizzare i propri scopi. Dunque non può non cercare di contattare gli uomini che hanno la gestione del potere. La mafia è stata sempre governativa e non ha smesso mai di coltivare rap­porti con uomini politici che in un certo momento se non fanno parte della maggioranza governativa, nella prospettiva di un futuro, essi diventeranno componenti della maggioranza. La mafia è un fenomeno che è esistito, esiste tuttora, forse in modo meno evidente che in passato perché alcuni uomini politici sono stati colpiti per i rapporti che intrattenevano con i mafiosi. Questo ha indotto la maggioranza degli uomini politici ad essere quanto meno più che cauti. Però non credo che questi rapporti non siano tuttora esistenti. Seconda parte della domanda: escludo di potermi considerare vit­tima di questo tipo di rapporto. Non ho mai intratte­nuto rapporti con uomini politici, se non di natura istituzionale. Ho ricoperto incarichi presso la P.A. come capo dell’ufficio amministrativo di diversi ministeri, però, mai al di fuori di questo tipo di rap­porti di carattere assolutamente istituzionale. Sono stato nominato dai ministri prima ancora di essere riconosciuto personalmente da loro. Sono stato nominato su designazione dei vari capi di gabinet­to che non erano politici ma magistrati del Consiglio di Stato i quali mi conoscevano, ritene­vano che io fossi in grado di dare un contributo e quindi mi proponevano al ministero. Rapporti con altri politici non ne ho mai intrattenuti e nell’eserci­zio delle mie funzioni giurisdizionali questo va detto anche come riconoscimento della correttez­za dei ministri con i quali ho collaborato. Non ho mai ricevuto da nessun politico una sola segnala­zione relativa a processi e questo va detto come riconoscimento della correttezza di questi ministri, lo non voglio dire che questo sia accaduto perché era notorio che fossi impermeabile alle pressioni e alle segnalazioni. Non ho ricevuto nessuna segna­lazione, neppure la più blanda di quelle che di soli­to i magistrati ricevono. Perché ottenere le pro­messe di essere informati sollecitamente dell’esito penale di alcuni processi, è un mezzo a cui di soli­to si ricorre tra magistrati per sapere come sarà deciso un certo processo. In questa forma, certa­mente ipocrita, è nascosta una vera e propria segnalazione, perché se non c’è un interesse, a nessuno può importare come e quale sarà l’esito di una causa che riguarda altre persone, lo stesso, se ho subito una serie di processi, li ho subiti non per rapporti peraltro assolutamente inesistenti con persone della politica, ma perché a torto o a ragio­ne, sono stato considerato l’esponente di un certo modo di amministrare la giustizia, che si poneva in frontale contrasto con le esigenze di alcuni centri di potere che aspiravano a raggiungere posizioni più importanti attraverso le vie giudiziarie. Siccome io, per gli indirizzi giurisprudenziali di cui a torto o a ragione sono stato considerato fautore o il primo dei fautori e siccome attraverso l’esercizio di questi indirizzi giurisprudenziali si impediva il raggiungi­mento di certi obiettivi, è chiaro allora che ero una persona da eliminare. Avendo colpito me, si sono messi in condizione gli altri magistrati che avevano le mie stesse opinioni e seguivano l’indirizzo che io seguivo, di operare in una situazione di estrema difficoltà e quindi, di non contrastare il persegui­mento di certi obiettivi.

Meno funziona la giustizia normale e più forte è la richiesta di massa di nuove leggi. È un mec­canismo sempre assecondabile ed auspicabi­le?

No. Perché anzitutto non ho mai nutrito l’illusione illuministica che le leggi modifichino gli uomini.

Non è modificando la legge esistente che si ottie­ne una giustizia migliore da un punto di vista quali­tativo, più efficiente e rapida. Le leggi spesso osta­colano lo svolgimento efficace dei processi. Quello del rapporto tra legge e amministrazione della giu­stizia è un problema che ha diversi aspetti. Anzitutto il primo è quello di elevare il livello quali­tativo di chi amministra la giustizia, perché certi errori che sono commessi dalla magistratura non dipendono soltanto dal fatto che errare è umano, ma spesso dipendono dalla scarsa preparazione prófessionale dei magistrati. Quindi, anzitutto biso­gnerebbe curare meglio la preparazione professio­nale dei magistrati e il suo costante aggiornamen­to, poiché chi è preposto alla carriera di magistra­to, attualmente non ha nessuno strumento e, ammesso che ne possieda qualcuno, non ha nes­suna voglia di utilizzarlo per accertare qual è il livello professionale di ogni singolo magistrato.

Qual è la conseguenza? Che i magistrati fanno carriera a ruolo aperto; senza contratto. Per cui, l’unico criterio per consentire la scelta dei vari can­didati ad un certo ufficio, non è quello della capa­cità professionale, giacché il Consiglio Superiore della Magistratura preposto alla carriera dei magi­strati non ha gli strumenti per accertare tale livello. L’unico criterio è quello dell’appartenenza a questa o a quella corrente; di conseguenza, molti magi­strati per fare carriera non fanno lo sforzo di cerca­re di lavorare al meglio, fare il loro dovere dedican­do gran parte della loro giornata al lavoro; lo sforzo maggiore, è quello di trovare la corrente più ido­nea, la persona che possa agevolare le loro aspi­razioni di carriera. È questo è un fatto che è sotto gli occhi di tutti, certamente deprecabile, perché a mano a mano che si progredisce nella carriera si assumono responsabilità maggiori e, talvolta, si assumono responsabilità in relazione agli uffici giu­diziari alle quali responsabilità non corrisponde una adeguata capacità professionale. Cosa più grave di una struttura complessa quale è la magi­stratura, è che alla direzione degli uffici, siano pre­poste persone assolutamente inadeguate non solo a svolgere il lavoro ordinario dei magistrati ma soprattutto a svolgere la funzione di organizzazio­ne del lavoro che è una delle cause più importanti della lentezza della giustizia italiana. Questa causa è la mancanza assoluta di organizzazione, non di strutture materiali. Il lavoro dei magistrati è un lavoro intellettuale. A me piacciono i paradossi. Una volta affermai che il magistrato ha bisogno di una risma di carta e di una penna biro e poi di una rubrica attrezzata che può essere quella propria o quella dell’ufficio giudiziario al quale appartiene. Tutti gli uffici giudiziari sono dotati di biblioteche e, in ogni caso, ci sono nelle città vicine biblioteche universitarie dove è possibile attingere per docu­mentarsi, per approfondire gli argomenti che deb­bono essere utilizzati per una decisione. La causa principale è quindi il difetto di organizzazione del lavoro. La prova dell’esattezza di quello che dico, è data dal fatto che ci sono degli uffici giudiziari ben organizzati e in grado di fornire dei servizi eccellenti, non solo in termini quantitativi ma anche in termini qualitativi. Vi sono poi degli uffici giudi­ziari -che sono la maggior parte- che non avendo degli organizzatori capaci, producono molto meno degli altri e soprattutto danno dei risultati che quali­tativamente sono discutibili. Poniamo il caso di una Procura della Repubblica in cui si assumono ini­ziative giudiziarie che poi si concludono con un nulla di fatto. Abbiamo invece il caso di Procure in cui le indagini si svolgono in modo corretto, gli autori dei reati individuati e si ottengono risultati che anche dal punto di vista statistico sono apprezzabili.

Lei in Cassazione non era il solo a decidere, c’era un ensemble giudicante. Che ne è stato di questo ensemble?

Cominciamo col dire che presiedevo una sezione che nei momenti di minore presenza dei magistrati che ricevevano l’incarico, aveva 25 consiglieri di Cassazione e almeno tre presidenti di Cassazione, oltre al titolare, che ero io. Questa sezione operò dal 1985 fino al 1992, fin­ché fui presidente della II sez. Penale, dal dicem­bre 1992 alla primavera del 93. Durante questo periodo non breve ci fu il normale turnover. Magistrati che andavano in pensione, magistrati che erano trasferiti ad altre sedi giudiziarie perché risiedevano in città diverse dalla capitale, magi­strati che venivano promossi. Tutto si svolgeva però in maniera fisiologica, perché in un ufficio giu­diziario composto da magistrati in età non giovani­le, il più giovane dei consiglieri che ebbero la fortu­na di lavorare con me in quel periodo, credo non avesse meno di 50 anni. Quindi il turnover non poteva non essere piuttosto rapido. Comunque, quando nel gennaio 83 lasciai la II sez. Penale per assumere la titolarità della presidenza della II sez. civile della Corte di Cassazione, ci fu una sorta di dispersione di questi magistrati: alcuni li mandaro­no in altre sedi; anzi, qualcuno magari è stato tra­sferito negli anni precedenti. Tutti gli altri vennero assegnati a diverse sezioni della Corte di Cassazione, salvo qualche eccezione.  Credo che di quelli che facevano parte della sezio­ne da me presieduta inizialmente, ne fossero rima­sti 7-8; non di più. Tutti gli altri vennero trasferiti dal Consiglio di Stato ad altre sezioni. Questo, perché sia accaduto, non lo so. Bisognerebbe chiederlo -ma è impossibile farlo perché è deceduto- al primo Presidente dell’epo­ca; ma è certo che questo accadde. Questo allontanamento dei magistrati, quasi certa­mente comportò un mutamento degli indirizzi giuri­sprudenziali, il quale non durò poco tempo, alme­no per quel che riguarda la I sez. penale; durò diversi anni. Adesso, in questi ultimi tempi, come del resto si è verificato in tutte le sez. penali della Corte di Cassazione, si verificò una tendenza al recupero di certi valori che la giurisprudenza pre­cedente della I sez. penale ha esaltato come la documentazione della prova: pretendere una moti­vazione più precisa e corretta da parte del giudice di merito e il rispetto di certi principi anche di tipo sostanziale. Tutto questo si sta per recuperare e io che sono per natura pessimista, sono molto scetti­co sulla ripresa generale di certi valori. Nutro qual­che speranza che la tendenza che si era manife­stata negli anni 90, negli ultimi 6-7 anni del 90, si arresti e, come sperabile, si inverta in qualche modo.

La crisi politica è diventata crisi della politica. Non si riesce ad uscirne. Quali pericoli, secon­do lei, corre oggi la Democrazia in Italia?

Secondo me, la democrazia in Italia non corre nessun pericolo perché non c’è nessun aspirante dittatore alle porte. Però, è un fatto che prima di tangentopoli la democrazia italiana era una demo­crazia bloccata perché non consentiva l’alternanza della maggioranza e dell’opposizione: adesso, il sistema elettorale, questa alternanza la consente. In ogni modo, è sotto gli occhi di tutti la scarsa capacità delle forze politiche di attuare i programmi di riforma. Di riforme che pure sono necessarie. Tutti riconoscono, per esempio, che bisogna trova­re una soluzione al problema del governo; però abbiamo avuto una bicamerale che ha fallito i suoi obiettivi. A noi non interessano le cause del falli­mento. Comunque il fallimento c’è stato e nei pro­grammi delle forze politiche che hanno ottenuto la maggioranza, c’erano e ci sono delle proposte di ricorso. Però siamo già al secondo anno (o perlo­meno alla fine del secondo) della legislatura e que­sti programmi non vengono portati all’attuazione. Noto una scarsa capacità delle forze politiche, di portare, di rendere concrete quelle che sono le idee portate avanti e sulle quali è stato chiamato il popolo italiano con voto elettorale ad esprimersi. Questo accade in tutti i settori, non soltanto in quello istituzionale. E’ ancora oggi bloccato ciò che riguarda la riforma deH’inquinamento giudiziario. Non si riesce ancora ad uscire dalla carenza e se si debba fare o no la separazione delle carriere.

Sul calcolo delle separazioni delle funzioni, inizial­mente c’erano delle forze politiche che erano con­trarie anche alla separazione delle stesse. Adesso, sembra ci sia una convergenza sull’esigenza di separare le funzioni. Tuttavia, questa apparente concordia non si traduce in provvedimenti attuativi e per questo si lasciano le cose come stanno, con grave danno per tutti.

Quali valori, quali hobby, quante altre piccole cose lo hanno sorretto in questi anni tremendi che lei ha attraversato?

Anzitutto la consapevolezza di non avere nulla da addebitarmi, perché sapevo come avevo operato. Ero convinto che nessuno dei miei atti potesse essere suscettibile di valutazione negativa sul piano giuridico Questo convincimento è stato per me il punto di forza maggiore; poi ho continuato a studiare perché non ho mai smesso di seguire la giurisprudenza, di leggere lavori di dottrina, inte­ressarmi di problemi giudiziari concreti. Nel rappor­to con i colleghi, molti si sono allontanati e non capisco il perché; forse per il fatto che ero stato oggetto di intercettazioni telefoniche e ambientali per un periodo superiore ad un anno. Tutto questo è stato reso possibile dagli accordi raggiunti tra varie procure, le quali, per non prolungare oltre il tempo la durata delle intercettazioni, facevano a turno per chiedere l’autorizzazione.

Prima fui intercettato su richiesta dalla procura di Roma, poi, su richiesta di quella di Reggio Calabria.

E’ molto strano, perché non è mai stato indaga­to dalla procura di Reggio Calabria a proposito dell’organizzazione del maxi processo in Cassazione.

Probabilmente perché si riteneva che questa, in qualche modo, è collegata all’omicidio del sostituto procuratore Scopelliti. Adesso sappiamo tutti come si è concluso il processo per l’omicidio del generale e, a distanza di oltre 11 anni, non è emer­so neppure un barlume di quella che avrebbe potuto essere la verità. Non si sa di più. Poi ci furo­no le intercettazioni disposte dalla procura di Palermo, comunque sospese per mancanza di intercettazioni. Tutto questo, certamente allontana­va le persone che non desideravano leggersi le conversazioni che venivano svolte tra me e loro,

anche perché molti che erano venuti da me o ave­vano chiamato furono convocati per chiarire, per rispondere a domande magari non molto rilevanti, da parte dei magistrati inquirenti. Tutto questo non deve aver fatto piacere a nessuno. Poi l’ultima, e non per ultimo, la solidarietà dei miei familiari e degli amici più cari. Questo va detto pure della solidarietà di persone che non conoscevo neppure e con alcune delle quali, ho coltivato un rapporto particolare.

Il senatore lannuzzi, in un recente articolo su Panorama riferiva dell”’urlo” della moglie di Contrada, diretto ad un definito “Caino”. Per la sua vicenda, quale “urlo” sarebbe più appro­priato?

Guardi; nessuno. Perché io forse vanto una mag­giore dignità sulla mia vicenda. Non credo ci sia stata una sola persona, oppure poche, che abbia­no contribuito alla mia vicenda. Ritengo che mi si sia voluto eliminare dalla lista per consentire il per­seguimento di quell’obiettivo che io definisco via giudiziaria al potere.

Noti osservatori, teorizzano, ammettono, dimo­strano che l’economia della corruzione mina lo Stato di diritto. Addirittura si sono raggiunti livelli di patologia e di eversione. Qual è il suo parere?

Beh; non c’è dubbio. La corruzione che è un fatto ineliminabile quando assume le dimensioni come quelle raggiunte alla fine degli anni 80, è chiaro che condiziona la vita politica e il regolare svolgi­mento delle funzioni pubbliche. Penso però che non tutto si riduca a questo: si tratta di restaurare o curare quel pezzo dello Stato nel senso della lega­lità, che purtroppo, per ragioni storiche, non è mai stato coltivato. E’ chiaro che ci sono notevoli impe­gni che consentono di formulare speranze affinchè tutto cambi per il meglio; però, pensare che la cor­ruzione si possa eliminare, mi pare una avveniristi­ca velleità. Si tratta di contenere questo fenomeno entro limiti accettabili.

Per lei quali sono gli ultimi grandi misteri d’Italia e su quale di questi vorrebbe indagare?

Vede, in Italia misteri ce ne sono tanti e io non ho mai indagato su nessuno di questi, perché nei quasi 50 anni di vita giudiziaria non ho mal svolto indagini. Non ho questi desideri e poi penso che l’indagine più efficace, più seria, sui misteri d’Italia, può essere fatta dagli storici. I misteri italiani recenti, ritengo non possano essere ancora analiz­zati con la giusta efficacia perché troppo vicini nel tempo.

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