(di VINCENZO ARNONE)—È morto Lorenzo Reina e la notizia nella sua anonimità potrebbe rientrare in uno scialbo elenco di eventi più o meno luttuosi che in questi giorni si avverano; il suo nome si potrebbe assommare a quello di tanti altri, dimenticati. C’è invece qualcosa di più che fa di questa notizia un “evento”degno di nota e di riflessione. Lorenzo Reina, morto ieri all’età di 65 anni, era un contadino-pastore dell’entroterra agrigentino, Santo Stefano di Quisquina, il quale nell’arco di 30 anni ha trasformato la sua campagna, a quasi mille metri di altezza, in un grande e suggestivo teatro all’aperto, cui ha dato il nome di Andromeda. Reina era un pastore, come si dice, dalle scarpe grosse, dal cervello fine,privo di grande cultura accademica, ma intuì nell’arco di tanti anni che quel luogo poteva diventare un teatro per sé e per tutti. E tale fu. Lo chiamò Andromeda, dal nome della costellazione che più amava, una dimensione mitologica, poetica e ambientale. «Su questa collina dove portavo le pecore al tramonto a ruminare in pace, e qui restavano immobili come nell’immobilità della pietra e mi parlavano, mi dicevano che in questo luogo dimoravano spiriti buoni. Così decisi di costruire qui un teatro di pietra». Oggi il teatro in pietra è una realtà unica nella sua struttura, credo, in Italia. È preceduto da sculture in pietra, è ampio, grande, di fronte a un orizzonte vastissimo che oltrepassa i colli dell’entroterra agrigentina e nei giorni dal cielo terso arriva fino a vedere le coste del mare. Il teatro è diventato anche meta di tanti turisti, visitatori, curiosi, ammirati tutti quanti da quel che un pastore dalle scarpe grosse e dal cervello fine ha potuto fare. Ne parlo, in certo senso, in prima persona poiché lo scorso anno, il 16 maggio 2024, ho avuto il piacere e diremmo l’onore di rappresentare al teatro Adromeda il mio testo Dialoghi sulla montagna, con gli attori Silvia Budri e Bruno Santini; quel giorno sono risuonate le parole di Ermocrate, di Ecate, di Empedocle, di Pantea, di Egeria e di Ermogene: voci antiche e sempre nuove. In tale occasione per cui ho avuto vari contatti con Lorenzo Reina e l’ho potuto ammirare e ringraziare per la sua disponibilità, affabilità e generosità. Veramente un signore che veniva dalle zolle dei campi e dall’odore delle pecore, ma che pensava in grande. «Lorenzo Reina – lo ricorda il critico d’arte Vittorio Sgarbi – era una intelligenza vivida e fervida. Ci eravamo incontrati l’ultima volta nell’agosto del 2023, proprio tra le pietre del Teatro Andromeda, e mi aveva raccontato, con quell’entusiasmo coinvolgente che lo caratterizzava, nuovi progetti, nuove sfide. Reina ha compreso, prima di molti altri, il valore del paesaggio. E ha saputo unire la poesia con la terra. La sua terra, la Sicilia. Il suo lascito più importante non è il Teatro Andromeda, ma il messaggio che si porta dietro: il coraggio di osare. Addio vecchio amico»..
(Vincenzo Arnone scrittore e sacerdote di Favara ha pubblicato su “AVVENIRE”)

