(di Francesco Principato- fotogallery di Diego Romeo)—L’allestimento di Daniele Pecci, protagonista e regista della tragedia MacBeth di William Shakespeare, punta tutto sulla capacità del testo di coinvolgere e avvincere il pubblico già fin dal 1600, data presumibile della prima rappresentazione. I temi e soprattutto i sentimenti esplorati dal bardo sono quelli che pervadono gli uomini di ogni tempo, sono quelli della tragedia greca, sono quelli del teatro di avanguardia: la bramosia di potere, la violenza, la vendetta, il rimorso, l’alienazione. Pecci non usa nulla di nuovo se non il testo in una ottima traduzione, quel testo che suona come poesia, quello scritto che contiene le frasi diventate autonomi aforismi, quelle parole che echeggiano di musicalità immortale. Ma per rimarcare l’opera letteraria Pecci non travalica mai dall’autenticità dell’opera, non inventa; usa effetti visivi di opacità e accecanti bagliori, usa scenografie idealizzate, usa musiche psichedeliche per trasmettere quel che si annida nel cervello dei protagonisti, per “dare corpo” alle emozione dei personaggi e affidare tutto alla platea.
Un ottimo cast recita con misura per non traboccare il testo
Una recitazione sobria, misurata che alza i toni solo all’acme della interpretazione o dell’azione scenica, cattura la platea, crea il pathos, suscita l’apprensione per l’evoluzione della trama. Daniele Pecci è un Macbeth “dubbioso” nella recitazione fin quando si dibatte nel rovello efferato in cui lo catapulta la moglie ambiziosa e poi libera la sua carica interpretativa; Sandra Toffolatti è una Lady Mcbeth sanguinaria e decisa ma che volge mestamente allo squilibrio mentale; Duccio Camerini è il re Duncan benevolo e indulgente; Michele Nani interpreta un governatore di casa Macbeth ubbidiente ma mai compiacente alle spietate disposizione dei padroni; Vincenzo De Michele è MacDuff che brama vendetta, che giustizia il re feroce ma senza trarne beatitudine. Ma tutti i protagonisti sono capaci e allineati nella recitazione misurata impostata del regista, sono attenti a non sovrabbondare nel tono e nella caratterizzazione, perfino nell’azione. E’ una delle più grandi se non la più grande tragedia di William Shakespeare che portano in scena: basta porgere quel che il Cigno di Avon ha tramandato per ghermire il pubblico in sala.
Luci e suoni coadiuvano la parola
E seppur bastassero le parole del Bardo a interessare lo spettatore all’assassinio del re di Scozia, all’ascesa del re MacBeth, alla riconquista del trono dei discendenti di Duncan, una messinscena che adotta ambientazioni consone ai passaggi letterari sensibilizza ancora di più la capacità di assorbimento dei sentimenti dei protagonisti storici. Effetti strobo, lampi di luce in cupi tunnel mentali, albe accecanti e notti interminabili trasmettono gli offuscamenti della mente; suoni acuti e rimbombi fragorosi sottolineano lo strazio della ragione, la fine dell’esistenza positiva.
Il MacBeth di Pecci coinvolge e appaga
Non ha pretese di “spiegare” risvolti psicologici né di allargare tematiche filosofiche questa versione della tragedia di Willam Shakespeare. Il compito di trarne riflessioni e meditazioni o elaborazioni etiche sono lasciate agli spettatori, a quel pubblico che assiste in religioso silenzio per tutti i cento minuti del dramma, per una spettacolo che non concede nemmeno la distrazione dell’intervallo, che tiene sulla corda, che catalizza l’attenzione ad ogni parola e ad ogni gesto degli attori. Questo MacBeth è un grande dramma con una grande esecuzione.






















